Basta teaser, basta attese, basta quel mood da “ci vediamo a dicembre” che suona figo ma alla fine non premia un cazzo.
I Cartel Awards 2025 partono oggi e li chiudiamo noi, con la faccia e con la coerenza. Niente cerimonie patinate, niente sponsor travestiti da giudici, niente giochi infilati a forza perché “se ne parla tanto”. Qui dentro contano solo i titoli che abbiamo recensito davvero nel 2025, quelli che ci siamo sudati pad alla mano, tra esaltazioni genuine e delusioni che ancora ci bruciano. Da questo momento si premia sul serio: categoria per categoria, candidato per candidato, fino al verdetto finale.
Sicarios, mettetevi comodi: non è una festa. È un processo.
Cartel awards 2025 miglior trama: Book of Korvald

Quando si parla di miglior trama, nel Cartel non contano i colpi di scena messi lì per stupire né le storie scritte come se fossero un tutorial travestito da epopea. Conta una sola cosa: quanto un gioco ti resta addosso. Book of Korvald non racconta una storia per farti compagnia mentre menì bottoni, ti prende per il collo e ti trascina dentro un mondo sporco, violento e profondamente disturbante, dove ogni scelta narrativa pesa quanto una lama sulla pelle. Per questo, senza giri di parole, il Cartel Award 2025 per la Miglior Trama va a lui.
Book of Korvald è la dimostrazione che una trama può essere adulta senza essere vuota, oscura senza diventare pretenziosa e violenta senza scadere nel ridicolo. La storia di Korvald, scribacchino norreno accusato di eresia e salvato all’ultimo istante da un’entità lovecraftiana che non regala nulla senza pretendere l’anima in cambio, è una discesa costante nell’orrore cosmico, nel misticismo e nella follia. Non sei l’eroe prescelto, non sei speciale: sei un uomo condannato che sopravvive stringendo patti sbagliati in un mondo che crolla pezzo dopo pezzo.
La forza della narrazione sta nel modo in cui mitologia norrena, horror cosmico ed erotismo adulto vengono fusi senza mai sembrare messi lì per shock facile. I dialoghi sono scritti con carattere, i personaggi hanno una presenza reale e il doppiaggio riesce a dare spessore anche alle situazioni più estreme, facendo sembrare imbarazzanti certe produzioni ben più costose. Book of Korvald non racconta tutto subito, non ti prende per mano e non ha paura di confondere, perché la confusione fa parte del viaggio.
La trama non vive isolata, ma si intreccia con il gameplay, con l’esplorazione, con le build e con le scelte del giocatore. Ogni dungeon, ogni patto, ogni frammento di lore aggiunge un tassello a un racconto che parla di potere, colpa, desiderio e dannazione. Anche i suoi difetti, come l’assenza della lingua italiana, finiscono per sottolineare quanto la storia sia centrale: perché quando una trama è così forte, senti davvero il peso di non poterla comprendere al cento per cento.
Per il Cartel, miglior trama significa questo: una storia che non ti coccola, non ti semplifica la vita e non cerca l’approvazione di tutti. Book of Korvald non vuole piacere a chiunque. Vuole essere ricordato.
E nel 2025, nessun altro gioco ha inciso così a fondo.
Cartel awards 2025 miglior gameplay: Warhammer 40.000 Space Marine 2

Il miglior gameplay non è quello che inventa la ruota, ma quello che ti fa venire voglia di continuare a giocare anche quando sei stanco, anche quando dici “ancora una missione e spengo” e poi ti ritrovi due ore dopo con le mani sudate. Warhammer 40.000 Space Marine 2 fa esattamente questo: prende un’idea chiara, la spinge fino al limite e non molla mai la presa. È per questo che, senza esitazioni, il Cartel Award 2025 per il Miglior Gameplay va a lui.
Warhammer 40.000 Space Marine 2 è potenza pura trasformata in controllo assoluto. Il gameplay in terza persona è fluido, pesante, brutale, ma sempre leggibile. Ogni colpo ha un peso, ogni arma trasmette forza, ogni movimento di Titus comunica che stai comandando una macchina da guerra, non un soldatino qualunque. Qui non spari contro orde scenografiche: se vedi migliaia di nemici sullo schermo, li affronti davvero, uno per uno, in un delirio costante di proiettili, lame e carne aliena che esplode.
Il combat system riesce dove molti falliscono: essere spettacolare senza diventare automatico. Le esecuzioni brutali non sono solo fan service visivo, ma strumenti tattici che influenzano il campo di battaglia, spaventano i nemici e spezzano il ritmo degli scontri. Le parate sincronizzate richiedono tempismo vero e restituiscono momenti di pura goduria quando eseguite alla perfezione. Non stai premendo tasti a caso: stai dominando lo scontro.
Il gameplay brilla anche nella varietà. Campagna, operazioni PvE, PvP: ogni modalità ha un’identità precisa. Le operazioni cooperative non sono contenuto riempitivo, ma missioni costruite con criterio, collegate alla narrativa e pensate per essere rigiocate grazie a classi ben differenziate, alberi delle abilità chiari e scelte che contano davvero. Ogni classe cambia il modo di stare sul campo, ogni difficoltà alza la posta in gioco senza barare.
Anche l’intelligenza artificiale alleata sorprende: i compagni non sono zavorra, ma supporto reale, credibile, spesso decisivo. Questo rende l’esperienza solida anche in solitaria, senza mai dare la sensazione di giocare una versione “ridotta”.
Warhammer 40.000 Space Marine 2 vince perché sa cosa vuole essere e lo fa senza compromessi. È un gameplay che non cerca di piacere a tutti, ma che premia chi vuole azione vera, controllo totale e caos gestito con disciplina. Nel 2025, nessun altro titolo ci ha fatto sentire così dentro la battaglia, così potenti e così responsabili di ogni singolo errore.
Questo non è solo un gran gameplay.
È un benchmark.
Cartel awards 2025 miglior grafica: Death Stranding 2

La miglior grafica non è quella che ti spara mille effetti in faccia sperando di abbagliarti, ma quella che riesce a farti credere a un mondo, a farti dimenticare che stai guardando uno schermo. Death Stranding 2 non punta a impressionare per forza: ti ipnotizza, ti schiaccia con il silenzio, ti costringe a osservare. Ed è proprio per questo che il Cartel Award 2025 per la Miglior Grafica va senza discussioni a lui.
Death Stranding 2 è una lezione di direzione artistica e tecnologia che lavorano insieme, non una contro l’altra. Ogni ambiente è costruito per sembrare reale, ma mai banale. Le distese naturali, i cieli carichi di tensione, le strutture futuristiche e i volti dei personaggi raggiungono un livello di dettaglio che non serve solo a fare screenshot, ma a rafforzare il senso di solitudine, fatica e fragilità che il gioco vuole trasmettere.
Il Decima Engine viene spinto al limite con una pulizia visiva impressionante: illuminazione naturale credibile, materiali che reagiscono alla luce in modo coerente, animazioni facciali che comunicano più di mille dialoghi. Ogni espressione, ogni sguardo, ogni micro-movimento del corpo racconta qualcosa, rendendo i personaggi incredibilmente umani anche quando il mondo intorno è tutto tranne che normale.
La vera forza della grafica di Death Stranding 2 è che non esiste per farsi notare, ma per servire l’esperienza. Il paesaggio non è mai un semplice sfondo: è un ostacolo, un nemico, una presenza costante che pesa sulle spalle del giocatore. Pioggia, fango, rovine e spazi aperti dialogano continuamente con il gameplay e con la narrazione, creando una fusione totale tra ciò che vedi e ciò che senti.
Anche nei momenti più spettacolari, il gioco non perde mai coerenza. Non ci sono eccessi gratuiti, non c’è confusione visiva: tutto è leggibile, tutto è controllato, tutto è pensato per immergere e non per distrarre. È una grafica matura, consapevole, che dimostra come il realismo non sia solo una questione di poligoni, ma di intenzione artistica.
Death Stranding 2 vince il premio per la Miglior Grafica perché non cerca l’applauso facile.
Cerca silenzio, attenzione e rispetto.
E nel 2025, nessun altro mondo videoludico è riuscito a sembrare così vivo, così credibile e così pesante da attraversare.
Cartel awards 2025 miglior multiplayer: Killing Floor 3

Il miglior multiplayer non è quello che ti chiede di grindare per forza o di stare al passo con una meta ridicola. È quello che ti fa entrare in partita con gli amici e ti fa uscire stanco, sudato e soddisfatto, come dopo una rissa sopravvissuta per miracolo. Killing Floor 3 prende il concetto di cooperativa, lo immerge nel sangue fino al collo e lo trasforma in una delle esperienze condivise più violente, intense e divertenti del 2025. Per questo il Cartel Award per il Miglior Multiplayer va dritto a lui, senza discussioni.
Killing Floor 3 è cooperazione pura basata sulla sopravvivenza, dove ogni errore pesa e ogni compagno conta davvero. Le partite a ondate non sono semplici sparatorie caotiche: sono esercizi di coordinazione, gestione delle risorse e lettura del campo di battaglia. Se uno sbaglia posizione, se uno non copre, se uno pensa di fare l’eroe, il team paga. Ed è proprio questo a renderlo un multiplayer vero, non una finta co-op da trailer.
Il sistema di classi rivisto funziona perché obbliga i giocatori a parlare, a scegliere ruoli complementari, a costruire una squadra sensata. Medici, berserker, commando e specializzazioni più aggressive non sono intercambiabili: ognuno ha un peso reale nello scontro. Le abilità attive e le build personalizzate rendono ogni partita diversa, spingendo alla sperimentazione e alla strategia invece che alla ripetizione cieca.
Le nuove meccaniche difensive aggiungono uno strato tattico fondamentale. Trappole, barriere e choke point trasformano le mappe in arene di panico controllato, dove prepararsi bene significa sopravvivere e prepararsi male significa essere divorati in trenta secondi. Il tutto mentre orde di zed sempre più intelligenti, aggressivi e imprevedibili mettono costantemente pressione al gruppo.
Il gore system procedurale e l’audio devastante non sono solo spettacolo: sono feedback di gioco. Capisci cosa sta succedendo anche nel caos totale, senti quando una zona sta cedendo, percepisci il pericolo prima ancora di vederlo. È un multiplayer che comunica con il giocatore, che non ti lascia mai rilassare davvero.
Killing Floor 3 vince perché è uno di quei giochi che danno senso al giocare insieme. Non ti regala vittorie, non ti coccola, non ti semplifica nulla. Ti mette contro l’inferno e ti dice: o collabori, o muori. Nel 2025, nessun altro multiplayer è riuscito a trasformare il massacro cooperativo in qualcosa di così coeso, adrenalinico e memorabile.
Qui non si gioca insieme per moda.
Si sopravvive insieme.
Cartel awards 2025 personaggio dell’anno: Sam Bridges

Il personaggio dell’anno non è quello che urla di più, non è quello che salva il mondo con una battuta da trailer e non è quello scritto per diventare una skin vendibile. È quello che ti porti dietro anche quando spegni la console. Sam Bridges è quel tipo di personaggio. Silenzioso, stanco, imperfetto, ma incredibilmente umano. Per questo, senza troppi giri di parole, il Cartel Award 2025 per il Personaggio dell’anno va a lui.
Sam Bridges funziona perché non cerca di piacere. Non è un eroe classico, non è un leader carismatico, non è uno che ti fa venire voglia di seguirlo perché “è figo”. Eppure lo segui lo stesso, passo dopo passo, carico come un mulo, mentre il mondo gli crolla addosso. È un personaggio che comunica più con il corpo che con le parole, più con la fatica che con i discorsi.
E poi sì, diciamolo chiaramente: Norman Reedus è un figo. Ma non nel senso da poster. È figo perché qui è perfettamente incastrato nel concept. La sua faccia stanca, il modo in cui si muove, come reagisce al peso, alla solitudine, al silenzio… tutto torna. Non sembra un attore infilato a forza in un videogioco, sembra una persona vera intrappolata in un mondo sbagliato. Ed è esattamente quello che Sam deve essere.
Un piccolo applauso va fatto anche a Kojima, e solo per questo. La scelta di Reedus è azzeccata, pulita, coerente. Sam Bridges esiste perché l’attore e il personaggio si fondono senza mai pestarsi i piedi. Fine dei complimenti, oltre non si va.
Sam non cresce diventando qualcun altro, cresce resistendo. Resiste alla solitudine, al dolore, al peso fisico e mentale di ciò che fa. Non ha bisogno di monologhi epici per funzionare: basta vederlo camminare. Ogni passo racconta qualcosa. Ogni caduta pesa. Ogni consegna è una scelta, non un automatismo.
Nel 2025, tra personaggi urlati, sopra le righe e scritti col pennarello grosso, Sam Bridges vince perché è l’opposto.
È trattenuto.
È coerente.
È umano.
Cartel awards 2025 miglior titolo indie: Baby Steps

Il miglior titolo indie non è quello che prova a sembrare un tripla A in miniatura, ma quello che ha il coraggio di essere strano, scomodo e profondamente personale. Baby Steps è esattamente questo: un gioco che ti fa cadere, ti fa ridere, ti fa incazzare e poi ti costringe a capire perché stai continuando a giocare. Nel 2025, nessun altro indie ha avuto un’identità così chiara e così poco disposta a scendere a compromessi. Per questo il Cartel Award per il Miglior Titolo Indie va a lui.
Baby Steps è un indie nel senso più puro e onesto del termine. Un’idea semplice all’apparenza, quasi idiota, che diventa una riflessione sul controllo, sulla frustrazione e sulla pazienza. Muovere un personaggio un passo alla volta sembra una trollata, ma nelle mani di Bennett Foddy diventa una dichiarazione di intenti: qui non vinci perché sei forte, vinci perché impari a cadere meglio.
Il gameplay è sadico ma corretto. Non bara, non ti prende in giro, non ti salva quando sbagli. Se cadi, è colpa tua. Punto. Ed è proprio questa onestà brutale che rende ogni avanzamento una conquista reale. Ogni salita riuscita, ogni ostacolo superato, vale dieci trofei platinati regalati. Il fallimento non è una punizione: è parte integrante dell’esperienza.
La vera genialità di Baby Steps sta nell’umorismo fisico. Ogni caduta è una gag perfetta, una scena slapstick degna dei migliori cartoon, che trasforma la frustrazione in risata isterica. Ti arrabbi, sì, ma ridi anche di te stesso. E mentre ridi, stai imparando. È un equilibrio difficilissimo da raggiungere, e qui funziona.
Anche dal punto di vista sensoriale, soprattutto su PlayStation 5, il gioco dimostra una cura rara: il controller diventa un’estensione delle gambe del protagonista, ogni vibrazione racconta il terreno, ogni scivolata si sente nelle mani. È un indie che usa la tecnologia non per stupire, ma per rafforzare il concept.
Certo, non è perfetto. Le camminate troppo lunghe e i momenti più vuoti rallentano il ritmo e mettono alla prova la pazienza. Ma fanno parte della filosofia del gioco: il viaggio lento, la fatica, il tempo che pesa. Baby Steps non vuole intrattenerti senza sosta, vuole metterti alla prova come persona, non solo come giocatore.
Baby Steps vince il premio come Miglior Titolo Indie perché osa. Osa essere antipatico, osa essere ripetitivo, osa essere profondamente diverso. È uno di quei giochi che non piacciono a tutti, e va benissimo così. Perché gli indie veri non nascono per piacere a tutti, ma per lasciare un segno in chi li capisce.
E Baby Steps, nel 2025, quel segno lo ha lasciato eccome.
E per il Cartel, questo vale più di qualsiasi superpotere.
Cartel awards 2025 miglior gioco vr: Mannequin

Il miglior gioco VR non è quello che urla più forte o che prova a imitare i giochi flat con due pistole in mano. È quello che capisce davvero cosa può fare la realtà virtuale e la usa contro di te. Mannequin non ti spara addosso adrenalina a caso: ti mette a disagio, ti fa dubitare di quello che vedi e soprattutto di quello che credi di vedere. Per questo il Cartel Award 2025 per il Miglior Gioco VR va dritto a lui.
Mannequin è uno di quei titoli che dimostrano che la VR funziona al meglio quando gioca con la psicologia, non con l’esplosione facile. L’idea alla base è semplice ma micidiale: un multiplayer asimmetrico in cui il vero nemico non è l’arma dell’altro, ma il dubbio costante. Ogni statua potrebbe essere un alieno. Ogni movimento potrebbe tradirti. Ogni secondo passato immobile è tensione pura.
Il gameplay è costruito intorno al corpo del giocatore, non attorno a un HUD. Essere un Mannequin significa controllare i nervi, restare fermo mentre qualcuno ti passa a pochi centimetri, scegliere il momento perfetto per muoverti o colpire. Essere un Agente, invece, vuol dire convivere con la paranoia, osservare ogni dettaglio, fidarsi dell’istinto più che degli strumenti. In VR questa dinamica funziona in modo devastante, perché sei lì dentro, non stai solo guardando.
La direzione artistica è coerente e intelligente. Ambienti congelati nel tempo, figure umane cristallizzate, luci fredde e riflessi alieni creano un’atmosfera sospesa che amplifica la tensione senza bisogno di jumpscare cheap. Unreal Engine 5 viene usato con criterio: niente effettoni inutili, ma prestazioni stabili, buona leggibilità e un impatto visivo che serve sempre il gameplay.
Su Meta Quest, l’esperienza è sorprendentemente solida. Tracking preciso, movimenti naturali, audio fondamentale per orientarsi e percepire il pericolo. Ogni piccolo rumore diventa un segnale, ogni passo pesa. È uno di quei giochi che ti fanno muovere lentamente anche nella vita reale, perché il cervello è completamente coinvolto.
Mannequin vince perché non potrebbe funzionare fuori dalla VR. Non è un gioco tradizionale adattato, è un’idea nata e cresciuta per la realtà virtuale. Usa il corpo, lo spazio e la percezione come meccaniche centrali, trasformando ogni partita in una sfida di nervi più che di riflessi.
Nel 2025, Mannequin non è solo uno dei migliori giochi VR.
È la prova che la VR, quando è pensata bene, può fare cose che nessun altro medium riesce a replicare.
Cartel awards 2025 premio speciale del Cartel del Gaming: Indika

Il Premio Speciale del Cartel non è un premio tecnico, non è una categoria e non è una medaglia di consolazione. È il riconoscimento che diamo a un gioco quando non entra in una casella, quando potrebbe vincere tutto e allo stesso tempo fregarsene. Nel 2025, un solo titolo ha incarnato questa cosa fino in fondo. Quel titolo è Indika.
Indika è il gioco che racchiude tutti i premi insieme, anche se non li vince singolarmente. Non perché sia perfetto, ma perché è necessario. È uno di quei titoli che non cercano di piacere, non cercano consenso e soprattutto non cercano di venderti niente se non un’esperienza emotiva scomoda, lenta, disturbante e profondamente umana.
È un’opera che osa dove quasi nessuno osa più: mettere in discussione, non intrattenere. La trama è una ferita aperta fatta di fede, colpa, ribellione e identità. Il gameplay rifiuta l’azione facile e trasforma la lentezza in linguaggio narrativo. La direzione artistica è potentissima, anche quando l’hardware — come su Switch — non le rende piena giustizia. E proprio lì sta il punto: Indika funziona nonostante i limiti tecnici, perché la sua anima è più forte della risoluzione.
Il personaggio di Indika è uno dei ritratti più intensi e vulnerabili visti quest’anno. Non un’eroina, non un simbolo positivo, ma una persona spezzata che cerca di sopravvivere in un mondo che usa la fede come arma. La voce che la accompagna, sarcastica e crudele, è una delle trovate narrative più riuscite del 2025: non un antagonista classico, ma una presenza che ti segue anche quando spegni la console.
Odd Meter ha fatto una cosa rarissima: ha avuto coraggio. Coraggio di dividere, di rallentare, di non spiegare tutto, di non semplificare. E 11 bit studios ha avuto il coraggio di pubblicarlo sapendo che non sarebbe mai diventato un prodotto per tutti. Questo, nel mercato attuale, vale più di qualsiasi numero di copie vendute.
Sì, su Switch la grafica paga dazio.
Sì, il ritmo non è per tutti.
Sì, è un gioco che chiede pazienza e attenzione.
Ma Indika è uno di quei titoli che restano. Ti rimangono addosso certe immagini, certi silenzi, quella risata nella testa. Ed è esattamente per questo che vince il Premio Speciale del Cartel 2025: perché non è solo un gioco, è una presa di posizione contro il videogioco vuoto, automatico, senza anima.
Il Cartel non premia chi fa tutto meglio.
Premia chi osa di più.
E nel 2025, nessuno ha osato quanto Indika.
Riepilogo dei Cartel Awards 2025
Miglior trama
Book of Korvald
Un viaggio narrativo sporco, violento e disturbante, che mescola mitologia, horror cosmico e identità personale senza mai semplificare nulla. Una storia che non ti accompagna: ti trascina.
Miglior gameplay
Warhammer 40.000 Space Marine 2
Un gameplay pesante, fluido e brutale, dove ogni colpo ha un peso reale e ogni battaglia è un test di controllo, strategia e nervi. Un benchmark per l’action cooperativo moderno.
Miglior grafica
Death Stranding 2
Direzione artistica e tecnologia che lavorano insieme per costruire un mondo credibile, silenzioso e opprimente. Non spettacolo fine a sé stesso, ma immagine al servizio dell’esperienza.
Miglior multiplayer
Killing Floor 3
Cooperazione vera, sudata, feroce. Un multiplayer che funziona solo se giochi insieme sul serio, tra classi, trappole, caos e sangue. Qui o collabori o muori.
Personaggio dell’anno
Sam Bridges
Un protagonista silenzioso, stanco e umano. Norman Reedus è perfettamente incastrato nel concept, e Sam resta addosso per quello che non dice, non per quello che ostenta.
Miglior titolo indie
Baby Steps
Un indie che inciampa con stile e trasforma la frustrazione in linguaggio. Un’idea semplice portata all’estremo con coraggio, ironia e una visione chiarissima.
Miglior gioco vr
Mannequin
Un’esperienza VR che vive di tensione psicologica, mimetismo e paranoia. Un gioco che funziona solo in realtà virtuale, e proprio per questo dimostra cosa può davvero fare il medium.
Premio speciale del cartel
Indika
Un’opera che racchiude tutto senza voler vincere niente. Narrativa, simbolismo, disagio, coraggio autoriale. Un gioco che non intrattiene: scava, divide e resta.

I Cartel Awards 2025 non sono stati assegnati per equilibrio, per numeri o per accontentare qualcuno. Sono stati assegnati seguendo una sola regola: quanto un gioco ci ha lasciato addosso qualcosa.
Non abbiamo premiato i più venduti.
Non abbiamo premiato i più urlati.
Non abbiamo premiato i più comodi.
Abbiamo premiato esperienze che hanno avuto il coraggio di essere scomode, lente, violente, intime o radicali. Giochi che non ti trattano da cliente, ma da persona. Giochi che non cercano consenso, ma reazione.
Nel 2025 il gaming ha dimostrato una cosa: quando smette di inseguire le mode e torna a raccontare, a rischiare, a ferire e a far pensare, diventa ancora un mezzo potentissimo. I titoli premiati dal Cartel non sono perfetti. Ma sono veri.
E ai nostri Sicarios diciamo solo questo:
se questi giochi vi hanno fatto discutere, incazzare, riflettere o dubitare… allora hanno vinto davvero.
I Cartel Awards non chiudono l’anno.
Lo marchiano.
