Quando inciampare diventa un’arte comica ma anche rompi cazzo
Dio santo quanto ci mancava un gioco così stronzo ma geniale. Baby Steps, pubblicato da quei pazzi di Devolver Digital e sviluppato da Bennet Foddy, sì proprio il maniaco che ci fece imprecare con Getting Over It, è una delle robe più assurde e geniali che puoi infilare nel tuo SSD quest’anno. A primo impatto sembra la solita cazzata indie da quattro soldi, la roba che ti compare sullo store mentre cerchi uno sconto e dici “ma chi cazzo compra sta roba?”. E invece no, fratello. Stavolta Devolver ti frega con classe, perché dietro a quei passi da ubriaco cronico si nasconde un titolo con più cervello di metà del catalogo tripla A.
Una salita che ti prende a schiaffi (ma ti fa pure ridere)

La meccanica base è un’idea talmente semplice da sembrare una trollata: muovi le gambe del protagonista, una alla volta, cercando di non spaccarti il muso ogni due metri. Ogni passo è un rischio, ogni tronco un incubo, ogni salita una preghiera. Il tuo scopo è salire, superare ostacoli, dirupi, scale, superfici scivolose e zone piene d’acqua, senza cadere e perdere tutto. Sì, perché se scivoli giù, torni indietro, come nel peggior incubo in stile Getting Over It.
È un gameplay sadico ma onesto. Non ti prende per il culo: se cadi, è colpa tua. Punto. Ti arrabbi, bestemmi il pad, poi riprovi. E così via.
Ma stavolta, rispetto al famoso uomo nel calderone, Bennet Foddy ha deciso di giocare con l’umorismo fisico. Ogni caduta è una gag slapstick, una scena comica perfetta, come se stessi guardando un idiota in slow motion che cerca di sembrare atletico e invece si ribalta come un sacco di merda. Ti incazzi, sì, ma ridi pure. Ed è qui che capisci la genialità: Baby Steps non è solo frustrazione, è comicità di precisione.
Ps5 edition: quando il pad diventa un’estensione delle tue gambe
Noi del Cartel lo abbiamo provato su PlayStation 5, e cazzo se si sente la differenza. Tra grilletti adattivi, suoni dal controller e vibrazioni dinamiche, ogni passo ti arriva addosso come un colpo di realtà. Il DualSense diventa parte del gameplay: senti la tensione mentre sollevi una gamba, la vibrazione quando scivoli su una roccia, e quel piccolo “clack” quando atterri bene. È immersivo da morire, roba che ti fa percepire il terreno sotto i piedi e le cadute nel culo.
E la cosa più figa è che, una volta che inizi a capire il ritmo e la logica del movimento, entri in una specie di trance. Il gioco diventa fluido, quasi rilassante, un balletto tragicomico tra precisione e disastro imminente. Certo, all’inizio cadi come un deficiente ogni due secondi. È inevitabile. Ma quando finalmente impari, quando senti che ogni passo ha senso, ti scatta la scimmia.
Il problema delle camminate infinite
Ora, non è tutto oro quello che luccica o che cade male. Il difetto più grosso? Troppe camminate, pochi ostacoli. Il gioco ti regala momenti pazzeschi quando ti trovi davanti tronchi, scale, superfici viscide, rocce instabili o zone acquatiche: lì Baby Steps ti costringe a pensare, reagire, imprecare e ridere allo stesso tempo. Ma poi ci sono tratte lunghissime dove ti ritrovi a camminare nel nulla, e dici: “fratè, ma qua dove cazzo sto andando?”. Ecco, in quei momenti il ritmo scende, e il divertimento pure.
Capisco la scelta filosofica di Foddy: il viaggio lento, la contemplazione, la fatica. Ma cazzo, quando il gioco si chiama Baby Steps, non serve farmi fare un pellegrinaggio a Santiago. Dammi roba da superare, ostacoli bastardi, non una passeggiata panoramica con i piedi storti.
La magia del genere fall simulator

C’è da dirlo: Bennet Foddy ha creato un genere. Prima di lui, nessuno aveva il coraggio di trasformare la fisica del fallimento in gameplay puro. Ora, con Baby Steps, l’ha portata su un altro livello. Qui la caduta è progresso, il disastro è esperienza, e il “ce la faccio stavolta” è una droga mentale. È come se ogni tuo fallimento fosse un insegnamento zen, solo che invece del maestro hai un coglione che inciampa e ruzzola per due minuti di fila.
Baby Steps è uno di quei giochi che ti educano alla pazienza, ti ricordano che ogni passo è una conquista. Ma lo fanno senza mai prendersi sul serio, con un umorismo da cartoon e una regia del caos che solo Devolver poteva pubblicare. È una tortura consapevole, ma cazzo se è bella da vivere.
Verdict finale del cartel
Alla fine dei conti, Baby Steps è una perla strana, un’esperienza zen travestita da meme ambulante. Ti farà imprecare, ti farà ridere, e a tratti ti farà pure riflettere. Sì, ci sono momenti morti e camminate infinite, ma quando il gioco ti sfida davvero, tira fuori un’anima cazzutissima.
Non è per tutti. Ma se ami i giochi che ti mettono alla prova, se ti piace l’umorismo fisico e la filosofia del fallimento, allora questa roba ti entra nel cervello e non ne esce più.
Noi del Cartel lo diciamo chiaro: Baby Steps è un gioco che inciampa con stile e cade in piedi.
E tu, Sicario, ce l’hai il coraggio di farti umiliare con eleganza?

