È finalmente arrivato anche su Nintendo Switch uno dei giochi più discussi e coraggiosi dell’ultimo anno.
Indika, l’opera visionaria di Odd Meter, sbarca oggi – 14 novembre 2025 – sulla console ibrida di casa Nintendo, portando con sé tutta la sua carica di misticismo, follia e provocazione. Non è un titolo per chi cerca svago leggero o partite veloci: Indika è un’esperienza interiore, una discesa nella mente, nella colpa e nella spiritualità, travestita da videogioco narrativo. E porca miseria, su Switch funziona.
Sviluppato dal team indipendente Odd Meter, un gruppo di creativi originariamente basato a Mosca e poi trasferitosi in Kazakistan, Indika nasce come atto di ribellione contro ogni forma di conformismo, religioso o videoludico che sia. Dopo l’esordio nel 2018 con Sacralith: The Archer’s Tale, un titolo in VR passato quasi inosservato, gli sviluppatori hanno deciso di spingere tutto sull’autorialità, creando qualcosa di unico, disturbante e profondamente personale. E quando ti metti contro il dogma e il buon senso, o crei un disastro… o un capolavoro. Indika è chiaramente la seconda opzione.
Pubblicato da 11 bit studios – quelli di This War of Mine e Frostpunk, gente che di dolore e introspezione ne sa qualcosa – il gioco era già uscito su PC il 2 maggio 2024 e successivamente su PlayStation 5 e Xbox Series X|S il 17 maggio 2024, raccogliendo un consenso praticamente unanime. La critica lo ha definito “una visione d’autore travestita da gioco”, e anche se le vendite non sono da record, Indika ha conquistato il suo pubblico di culto: giocatori e giornalisti che amano le esperienze che ti spezzano la testa, non che ti coccolano.

La versione per Switch, che abbiamo potuto testare in anteprima, mantiene quasi intatta la potenza visiva e la tensione psicologica dell’originale, con un lavoro tecnico di adattamento che ha del miracoloso. È chiaro che il comparto grafico non regge il confronto con le versioni su hardware più potenti, ma la resa estetica resta coerente e affascinante, e la direzione artistica compensa qualsiasi limite tecnico. Le luci soffuse, le inquadrature claustrofobiche e il volto tormentato della protagonista riescono comunque a trasmettere un senso di disagio e bellezza devastante, perfettamente calibrato per lo schermo della portatile Nintendo.
E non è solo un porting fatto tanto per: Indika su Switch gira fluido, non crolla nei momenti più intensi e riesce addirittura a esaltare la componente intima del gioco. Giocarlo in mobilità, con le cuffie, diventa un’esperienza ancora più personale, quasi come leggere un libro proibito di notte, mentre senti che qualcuno ti osserva da dietro.
Odd Meter, intervistati nei mesi scorsi, hanno dichiarato che Indika è stato pensato per dividere, non per piacere. E ci sono riusciti alla grande. Alcuni lo hanno definito “blasfemo”, altri lo considerano una delle opere più potenti mai realizzate in ambito indie. Ma su una cosa sono tutti d’accordo: Indika non lascia indifferenti. È un viaggio dentro la testa e nel cuore di una donna intrappolata tra religione e follia, tra redenzione e peccato, tra il desiderio di credere e la tentazione di mandare tutto a puttane.
E ora che approda su Switch, Indika compie l’ultimo passo della sua ascesa (o discesa) nel panorama videoludico. Una piccola opera d’arte che, anche sulla console meno potente del mercato, riesce a imporsi come una delle esperienze più coraggiose e significative dell’anno.
La trama di Indika, una delle cose più belle del gioco
Indika è ambientato in una versione alternativa e malata della Russia dell’Ottocento, dove la religione non è solo un sistema di fede, ma una gabbia mentale che schiaccia tutto e tutti. Al centro della storia c’è Indika, una giovane suora tormentata da una voce interiore che non smette mai di parlarle. Una voce sarcastica, arrogante e incredibilmente viva: il Diavolo. Ma non quello delle fiabe o dei sermoni, no — quello che ti sussurra all’orecchio mentre provi a essere una brava persona e fallisci miseramente.

La protagonista vive in un convento che sembra più un carcere spirituale che un luogo di pace. Le altre suore la guardano come una pazza, i sacerdoti la giudicano, e la fede diventa per lei una catena. Tutto cambia quando Indika decide di uscire nel mondo reale, intraprendendo un viaggio che diventa presto un cammino verso la perdizione o la liberazione, dipende da come lo vuoi vedere. Durante il percorso incontra Ilya, un prete caduto in disgrazia, un uomo perso quanto lei. Insieme formano una coppia assurda e tragica, due anime rotte che si trascinano tra chiese distrutte, visioni demoniache e campi ghiacciati pieni di simboli religiosi distorti.
La trama non va dritta da punto A a punto B. È una parabola psicologica, fatta di deliri visivi e dialoghi che ti spaccano il cervello. Ogni passo, ogni scelta, ogni parola serve a costruire un senso di ambiguità costante: chi è il vero mostro? Il diavolo che parla nella testa di Indika o la fede cieca che le impone di soffrire?
La narrazione si muove tra sogni e realtà, tra simbolismo e visioni quasi cinematografiche, con una regia che sembra uscita da un film d’autore piuttosto che da un indie game. E il bello è che Indika non ti spiega un cazzo — sei tu a dover interpretare. Il gioco ti sbatte addosso i temi di colpa, fede e ribellione senza tenerti per mano. Se vuoi capire, devi sporcarti. Devi sentirti a disagio. Devi farti domande che non hanno risposte pulite.
L’elemento più affascinante della trama è proprio questa dualità costante tra divino e terreno, tra ciò che credi giusto e ciò che sai essere umano. Indika non è un’eroina, ma una persona spezzata che cerca di sopravvivere a se stessa e alla voce che la perseguita. È un personaggio costruito con una profondità rara, soprattutto per un titolo indipendente. La sua sofferenza è autentica, disturbante, e per certi versi anche bellissima nella sua disperazione.

L’universo narrativo di Indika è pieno di simboli religiosi reinterpretati in chiave decadente. Croci storte, santi deformi, statue che piangono sangue, e ambientazioni che sembrano uscite da un sogno lucido. Tutto contribuisce a creare una sensazione di disagio costante, come se qualcosa di sbagliato ti osservasse mentre giochi. E più vai avanti, più capisci che quel “qualcosa” non è nel gioco: è dentro di te.
In sostanza, Indika non racconta solo una storia: ti trascina dentro una confessione, ti fa provare vergogna, compassione e rabbia nello stesso momento. È una di quelle esperienze rare che ti lasciano addosso una sensazione di vuoto e completezza allo stesso tempo. Un’esperienza che non si dimentica, e che su Switch riesce persino a essere più intima e soffocante, proprio perché te la vivi in faccia, da solo, con le cuffie, nel silenzio.
Gameplay e tipo di esperienza
Chi si aspetta un action, può anche staccare subito: Indika non è un gioco da “premi X per uccidere il demone”. È un’esperienza narrativa travestita da avventura in terza persona, dove il combattimento non esiste e l’azione è sostituita dal peso delle scelte e dalle emozioni. Non ti chiede di reagire con i riflessi, ma con la testa. E questo, per molti, è già un pugno nello stomaco.
Il gameplay è costruito su esplorazione, enigmi e interazioni ambientali. Ti muovi in scenari che sembrano dipinti a mano con la disperazione — monasteri cadenti, boschi innevati, villaggi sovietici che puzzano di peccato — e ogni oggetto, ogni dettaglio nasconde un simbolo o una provocazione. Non c’è nulla di gratuito: ogni passo di Indika serve a spingerti più a fondo nella sua mente, e di riflesso nella tua.

La struttura è quella di un walking simulator intelligente, ma dire così sarebbe riduttivo, perché Odd Meter ha trasformato la lentezza in uno strumento narrativo. Ti costringono a camminare piano, a guardare, a respirare. Niente HUD, niente indicatori giganti o mappe a prova di idiota. Solo te, la protagonista e quella voce maledetta che ti accompagna come un narratore sarcastico, pronto a farti sentire una merda a ogni passo.
Durante l’avventura risolvi piccoli puzzle ambientali e vivi momenti di pura allucinazione. L’interfaccia è minimale, quasi inesistente: le scelte sono poche ma decisive, e ogni decisione che prendi sembra portarti in un abisso sempre più profondo. A volte il gioco ti illude di avere il controllo, poi ti strappa quella sicurezza con un colpo di scena brutale. È come se Indika si divertisse a umiliare il giocatore, ricordandogli che non tutto si può “vincere”.
Il ritmo è volutamente lento, ma mai noioso. Ti ipnotizza con un mix di musiche sacre distorte, silenzi pesanti e una regia da cinema indipendente. Ogni inquadratura è calcolata per farti sentire oppresso, sbagliato, a disagio. E porca puttana, funziona. Dopo un’ora di gioco, ti ritrovi immerso in una spirale dove la linea tra realtà e delirio diventa sempre più sottile.
Non mancano però momenti più dinamici, in cui la tensione sale e il gameplay si avvicina all’horror psicologico. Scene in cui Indika fugge, crolla, o affronta visioni infernali che ti lasciano stordito. Ma anche qui, niente jumpscare da quattro soldi: è terrore psicologico puro, quello che si insinua piano e ti resta addosso come fumo.
Su Switch il sistema di controllo è sorprendentemente reattivo: il movimento è fluido, la telecamera risponde bene e i tempi di caricamento sono più brevi del previsto. Certo, qualche piccola incertezza c’è — un frame drop qua e là, un caricamento improvviso — ma nulla che rovini l’esperienza. Anzi, considerando l’hardware, Odd Meter ha fatto un lavoro mostruoso: Indika gira solido, resta fedele all’atmosfera e non perde anima per strada.
In sostanza, Indika non è un gioco “da finire”: è un gioco da vivere, da interpretare, da soffrire. Non ti premia con punti o ricompense, ma con un senso di inquietudine che continua anche dopo aver spento la console. È il tipo di titolo che divide: o lo ami o lo odi, ma non puoi ignorarlo. E in un mercato dove tutti vogliono solo farti cliccare, Indika è una bestemmia poetica contro l’omologazione del gaming moderno.
La nostra recensione di Indika per Nintendo Switch
A volte ci si dimentica che la Nintendo Switch è, tecnicamente parlando, una scatoletta di plastica con dentro un tostapane. Eppure, quando arriva un gioco come Indika, ti rendi conto che anche su una console del genere può nascere qualcosa di memorabile. Certo, capita che la console si impunti, che lagghi, che sputi frame come un vecchio PC del 2010… ma considerando quanto la Switch sia brutta graficamente rispetto a tutto il resto del mondo moderno, Odd Meter ha fatto un lavoro da applausi.
Visivamente, Indika su Switch sembra quasi un gioco da PlayStation 3 o in certi momenti PS4 base, e questo, su una portatile che ha ormai gli anni di un dinosauro, è già un miracolo. La direzione artistica è talmente potente che ti fa dimenticare i limiti hardware: ci sono momenti in cui ti fermi a guardare e ti chiedi dove diavolo sei finito. Il mondo di Indika è un casino meraviglioso, un miscuglio di tempi, culture e follie. Non si capisce bene in che epoca ci si trovi — sembra passato, ma poi spunta qualcosa di futuristico, quasi cyberpunk o steampunk. A volte le strutture sembrano industriali, poi giri l’angolo e trovi un campo desolato con una chiesa che pare uscita da un incubo gotico. Il mondo si capovolge, letteralmente, e tu con lui.

Ci sono animali deformi, pesci enormi, creature che sembrano nate da un sogno disturbato. Tutto in Indika è strano, volutamente incoerente, e proprio per questo funziona. Ti spinge a voler capire, ma più giochi, più realizzi che non c’è un “capire”: c’è solo sentire. È un’esperienza sensoriale, a tratti mistica, a tratti delirante.
E il bello è che, anche se sulla carta è un walking simulator, non ti annoia mai. Hai libertà d’esplorazione, nessuna mappa, nessun indicatore che ti dice dove andare, nessun “vai qui per continuare”. Ti perdi, letteralmente. Ma non è una perdita frustrante — è una perdita intenzionale, fatta per farti vivere la confusione della protagonista. Appena entri nel ritmo del gioco, ti innamori.
La voce narrante è una delle cose più riuscite: parla con la protagonista in modo continuo, ironico, quasi tenero a volte, e altre volte la deride in modo tagliente. È una presenza costante, un personaggio invisibile che sembra conoscere tutto di lei — e di te. Ti mette a disagio, ti provoca, ma non puoi fare a meno di ascoltarla.
La protagonista, Indika, è una suora bellissima nella sua disperazione. Ha un passato pesante, che non svela subito, e quando racconta le sue scelte capisci che non è diventata suora per vocazione, ma per fuga. Quando incontra un soldato lungo la strada, il gioco cambia tono. Tra loro si crea un legame ambiguo, fatto di confidenza, curiosità e dolore. E da lì parte la parte più interessante della storia: i dubbi, la voce che si fa più insistente, le situazioni scomode, i dialoghi che ti lasciano a pensare “ma che cazzo sta succedendo davvero?”.
E quella voce — quella voce — è la cosa più inquietante di tutto il gioco. Non è una presenza teatrale o esagerata. È subdola, dolce e bastarda allo stesso tempo. Quando muori, o fai un errore, la senti ridere. Non una risata da cattivo dei cartoni, ma una risata bassa, beffarda, quasi affettuosa. Ti prende in giro, ma in modo così umano da farti venire i brividi. È una trovata geniale, piccola ma potentissima. Quella risata ti resta in testa anche dopo aver chiuso il gioco, come se ti seguisse nella vita reale.
Ecco perché Indika funziona. Non è un gioco che ti intrattiene: ti scava dentro.

Non cerca di farti divertire, ma di farti dubitare. Ti mette in discussione, ti fa guardare le tue convinzioni e ti dice “sei sicuro?”. E quando un videogioco su una console vecchia come la Switch riesce a fare questo, vuol dire che ha vinto.
Ci sono quei momenti in cui capisci che un gioco è stato pensato da qualcuno che non voleva solo farti premere tasti, ma farti provare qualcosa. In Indika, ad esempio, se resti fermo per qualche secondo, la protagonista mette un dito tra le labbra. Un gesto piccolo, delicato, ma pieno di significato: femminilità, timidezza, vulnerabilità. Non è un’animazione buttata lì, è una carezza nel mezzo della follia. Un dettaglio geniale che dice tutto sul tipo di sensibilità di chi ha scritto questo gioco.
E ti viene davvero voglia di dire: grandi Odd Meter, vi stringerei la mano uno per uno.
Perché sì, questi maledetti hanno avuto il coraggio di inserire umanità in un personaggio che vive nell’inferno della fede, e lo hanno fatto con una naturalezza che spacca. Ma nonostante l’opera sia artisticamente enorme, qualche difetto c’è — e va detto, perché siamo El Cartel del Gaming, mica la pubblicità della domenica.
Il gameplay è, a tratti, troppo lento. Non parlo della narrazione — quella ci sta, serve — ma del ritmo generale. Anche quando cambia ambientazione o ti butta in un ricordo diverso, il passo resta costantemente “pesato”. Ci sono momenti in cui ti sembra davvero di guardare un film interattivo più che giocare. Gli enigmi sono pochi, semplici e forse troppo distanziati. Le fughe e le sezioni più tese arrivano, ma sono rare, e questo rallenta un po’ l’adrenalina.
C’è però una trovata geniale che ribalta tutto: i ricordi giocabili in 8-bit. Ogni tanto il gioco ti scaraventa dentro mini-sequenze in stile retro, come se la mente della protagonista si spaccasse e ti riportasse indietro in un’altra epoca. È una roba talmente assurda e geniale che molti sviluppatori ci avrebbero costruito sopra un intero gioco a parte. Odd Meter invece l’ha usata come un minigioco emozionale: semplice, nostalgico e potentissimo.
Un colpo d’autore vero e proprio.

Ecco perché, anche con le sue lentezze, Indika resta una perla. Un gioco profondo, strano, disturbante e incredibilmente umano, che su Switch riesce persino a sembrare più intimo che altrove. Sì, non è per tutti. La maggior parte dei giocatori mainstream probabilmente lo mollerà dopo un’ora gridando “è lento!”. Ma chi ha pazienza, chi ama i giochi che parlano, non solo sparano, troverà un’esperienza che gli rimarrà in testa per giorni.
Odd Meter ha dimostrato che si può fare arte vera in un medium interattivo. Ha preso una console debole come la Switch e ci ha infilato dentro un’opera che trasuda significato, personalità e coraggio.
Indika non è solo un gioco: è una dichiarazione di guerra al videogioco vuoto, quello che ti fa correre senza pensare. Qui cammini, rifletti, e nel frattempo la voce nella tua testa ride di te.
Per questo, El Cartel del Gaming lo approva e lo consiglia a tutti. Anche a voi, cari ossessionati dei multiplayer, che vivete su Roblox o Call of Duty: provate Indika. Lasciate perdere i vostri server tossici per qualche ora, infilatevi in questo delirio spirituale e poi tornate qui a dirmi se non vi ha scossi dentro.
Perché sì, è lento, è strano e non fa sconti a nessuno.
Ma cazzo, è unico.


