Recensione Pain To Win – Un inferno horror più folle di Hotline Miami

Sangue, respawn lenti, boss allucinanti e organi da rivendere: ecco tutto quello che funziona (e tutto quello che va sistemato) nel nuovo sparatutto malato di Torquemada Games

Pain To Win è la nuova maialata ultra violenta sviluppata da Torquemada Games, una software house indipendente che evidentemente si è fatta le ossa nei gironi dell’inferno. Il gioco è attualmente in fase di playtest su Steam e non ha ancora una data ufficiale di uscita, ma noi di El Cartel del Gaming ci siamo fiondati dentro grazie a un accesso anticipato concesso in esclusiva. Quindi sì, siamo stati dei privilegiati… e lo abbiamo sfruttato alla grande.

Pain To Win è un twin-stick shooter a scorrimento con visuale top-down, dove i proiettili volano come coriandoli e ogni stanza è una latrina di sangue, esplosioni e feccia umana. L’ambientazione principale è una prigione distopica marcia e piena di psicopatici: tra ratti giganti, carcerati mutanti e guardie sadiche, ti ritrovi a combattere con ogni mezzo pur di sopravvivere e magari farci pure due risate da maniaco.

Il sistema di controllo è diretto e brutale: muovi il personaggio con lo stick sinistro, miri con il destro e spari come un dannato. C’è anche la schivata, i colpi corpo a corpo, le bombe e la possibilità di distruggere quasi tutto l’ambiente attorno a te. Il gioco supporta il single player, la modalità coop a schermo condiviso e persino il Remote Play Together di Steam. Tradotto: puoi spaccare tutto anche insieme a un amico, ovunque lui sia.

Ci sono diversi personaggi selezionabili, ognuno con le sue skill e con una storia personale che trasuda disagio. Le mappe sono costruite come labirinti infernali: ogni angolo può nascondere un’arma, un nemico, una trappola o un cervello da strappare e rivendere. Esatto, puoi raccogliere organi dai nemici uccisi per poi scambiarli con armi e potenziamenti. Una roba così malata che diventa geniale.

Il comparto tecnico è volutamente grezzo: la grafica è 2D, sporca e piena di sangue pixelato, con effetti visivi e sonori che pompano l’adrenalina anche se stai fermo. Le musiche sono distorte e malate, perfettamente in linea con il mood da delirio carcerario.

Al momento il gioco è in continuo aggiornamento, con patch frequenti che correggono glitch, bilanciano la difficoltà e aggiungono contenuti. Il team è attivo e ascolta la community, ma il gioco è ancora pieno di bug e sbilanciamenti che fanno girare le palle – anche se in modo coerente col caos che vuole rappresentare.

Appena sotto trovi la nostra recensione completa, scritta col sangue e l’odio dopo ore e ore passate a massacrare, morire e ridere istericamente.

Inutile nascondere che Pain To Win prende a piene mani da Hotline Miami: la visuale top-down, la brutalità, il ritmo adrenalinico, tutto urla omaggio a quel capolavoro psicopatico. Ma dove Hotline Miami era un trip acido neon anni ‘80, qui siamo dentro a un incubo horror splatter, più marcio e grottesco.

Pain To Win fa però un salto avanti aggiungendo roba che fa la differenza: boss giganti e fantascientifici, armi da guerra che spaccano e divertono, la possibilità di interagire con l’ambiente e caricare le armi. Già, qui si ricarica davvero, al contrario di Hotline dove l’arma si scarica e via, si butta. E non finisce qui: ci sono pillole e potenziamenti che ti pompano come una bestia e ti cambiano il modo di affrontare lo scontro.

I boss sono una figata totale, veri e propri “super fight” con fasi diverse, animazioni malate e colpi devastanti. Però c’è un “però”. Speriamo, e abbiamo fiducia, che Torquemada Games sistemi un paio di robe cruciali: l’intelligenza artificiale dei nemici a volte è un rebus. Alcuni seguono logiche casuali, e ti bloccano in modi che rovinano completamente il flow.

Ma il difetto più grosso è la gestione della morte e del restart: in Hotline Miami ti schiattavi, premevi un tasto e boom, eri subito dentro di nuovo. Qui no: muori, si apre il menù, devi cliccare, aspettare, scegliere… tutto troppo lento, troppo meccanico. Serve immediatezza, serve hype costante. Il respawn dev’essere fulmineo, senza distrazioni. Altrimenti, già il gioco è una mazzata difficile, ma se ci metti anche i menu nel mezzo, perdi ritmo e perdi voglia.

Pain To Win ha tutto per diventare un cult, ma va oliato e reso più fluido. Se Torquemada ascolta e lima le sbavature, qui abbiamo tra le mani un erede sporco, pazzo e horror di Hotline Miami. Uno di quelli che non dimentichi. Mai.

Pain To Win è un’esperienza che ti prende a schiaffi e poi ti chiede pure se ti è piaciuto. È malato, è sbilanciato, è sporco… ma è proprio questo il suo fascino. È la classica roba che se la limi troppo perde anima, ma che senza certi aggiustamenti rischia di bruciarsi prima di esplodere. Se Torquemada Games ascolterà le bestemmie costruttive della community, ha per le mani un futuro cult.

Qui si parla di un gioco che puzza di sangue, ruggine e follia. Un gioco che, se sistemato come si deve, entrerà a gamba tesa tra i preferiti assoluti di El Cartel del Gaming – e fidatevi, se lo diciamo noi, vuol dire che è roba tosta.

Respawn istantaneo, più fluidità e IA meno cretina: non chiediamo miracoli, chiediamo caos puro e continuo. Se ci date quello, non ce ne andiamo più.

Donny Rox
Donny Roxhttps://www.elcarteldelgaming.com
Gioco per il gusto di spaccare in chill, non per correre dietro ai tryhard. Sono il più forte da console su Rainbow Six Siege, ma non vado in giro a fare il figo. Quando non sto recensendo porcherie che mi fanno venire voglia di spegnere tutto, mi rilasso su Battlefield a fare casino con stile. Se il gioco non mi diverte, lo brucio. Letteralmente.

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