Un’orgia di katane, demoni e pixel pompati a manetta
Ci sono giochi che escono in sordina e poi ci sono bombe che ti spaccano il culo appena accendi la console: Yasha: Legends of the Demon Blade è esattamente quella seconda roba lì, una roba che ti schiaffeggia con stile giapponese, sangue a secchiate e una vibe anime che grida “menami tutto”.

Dietro a questo casino organizzato ci stanno i malati mentali di 7QUARK, mentre a spingere il titolo fuori dalla tana dell’inferno ci pensa Game Source Entertainment. Il gioco esce il 14 maggio 2025, quindi se non hai ancora fatto pre-order è meglio che ti dai una svegliata. Sarà disponibile su praticamente tutto: PC, PlayStation 4, PlayStation 5, Xbox Series X|S e pure Nintendo Switch, così nessuno ha scuse per restare fuori da questo delirio a colpi di spada.
Che cazzo di gioco è?
Parliamo di un action RPG roguelite con uno stile 2D che sembra uscito da un anime girato sotto acidi. Ambientato in un Giappone Edo rivisitato con demoni, maledizioni, spadoni e spiriti incazzati, Yasha ti butta in una guerra mistica tra il mondo dei vivi e quello degli yokai, con leggende, tradimenti e anime che gridano vendetta come se fossimo in un film di Takashi Miike strafatto.
Ogni run è diversa. Ti muovi in livelli generati proceduralmente, picchiando roba, facendo upgrade a raffica e sperando di non crepare troppo presto. Ma tanto si sa: nel mondo dei roguelite si muore più spesso di quanto si mangia.
I personaggi: tre pazzi da manicomio feudale

Puoi scegliere fra tre cazzutissimi protagonisti, ognuno col suo background dark e un arsenale che fa venire duro anche un samurai morto:
- Shigure: ninja immortale, bilanciato e figo come pochi. Non è il più forte né il più veloce, ma riesce a gestire tutto come un vero king del bushido.
- Sara: un’emissaria Oni, leggerissima e rapidissima, ti fa le combo che manco Goku contro Freezer, però non è proprio una tank.
- Taketora: questo è un mostro. Lento come una vecchia coi reumatismi, ma tira spadate che ti staccano la testa e la mandano in ferie a Okinawa.
Il gameplay: botte da orbi e pixel che volano
Yasha è una figata perché mischia combattimento hack’n’slash veloce e stiloso con elementi da roguelite bastardo. Ogni partita è unica, con potenziamenti casuali, abilità da sbloccare, oggetti strani e boss che ti fanno il culo a forma di shuriken se non impari in fretta.
Puoi raccogliere centinaia di armi, talismani e skill devastanti, e montarli su un sistema di crescita che ti premia se sei aggressivo, preciso e incazzato come si deve. Il ritmo è una martellata continua, niente tempi morti, solo salti, schivate, combo e morte gloriosa.

C’è pure la storia, raccontata con cutscene in stile anime ultra-stiloso, tra vendette demoniache, clan distrutti e leggende da svelare. Nulla di troppo profondo, ma abbastanza per darti la giusta dose di pathos mentre smembri l’ennesimo spirito impestato.
Ma quanto cazzo è bello quando un gioco ti prende a schiaffi e tu ringrazi?
Capita di rado, e lo sapete pure voi stronzi: quando si recensisce un gioco, di solito si fa il classico giro della morte. Lo installi, lo provi quel tanto che basta per capire i meccanismi, scrivi due righe fighe e poi via, lo disinstalli come un ex tossico. Fine. E invece no, Yasha: Legends of the Demon Blade è quel figlio di puttana che ti si incolla addosso. Lo provi e ti ritrovi ore dopo ancora lì, a smanettare come un posseduto mentre la cena si raffredda e la vita sociale va a farsi fottere.
Tralasciamo il titolo chilometrico, che manco un nome da telenovela messicana, e guardiamo in faccia la verità: sto gioco è fatto bene. Non solo “ok”, non solo “carino”, ma proprio sviluppato col cervello acceso e il cuore nerd che batte forte. Certo, qualche pecca ce l’ha (e mo’ ci arriviamo, tranquilli), ma porco demonio se è roba da tenersi stretto.
Il gioco ti rapisce grazie al suo sistema roguelite costruito come si deve. Mica la solita pippa procedurale buttata a caso, no no: qui ogni morte è un’opportunità, ogni run ti fa leccare i baffi. Muori? Pazienza. Torni all’inizio, ti spacchi un po’ le palle all’idea, ma poi ti ricordi che hai sbloccato una nuova arma, che hai portato a casa dei punti da spendere, e che ora puoi tirare mazzate da fare impallidire anche Kenshin.

E più ti spingi lontano, più il gioco ti premia. Le statistiche crescono, il tuo arsenale si fa pornografico e quei livelli iniziali che ti facevano bestemm— ehm, imprecare, ora li pulisci con due combo e una scorreggia carica d’odio. È un meccanismo semplice, sì, ma fottutamente efficace, che ti porta a nerdare per ore come un drogato di pixel.
A questo si aggiungono le pause strategiche nei villaggi, piazzate ogni tot livelli per darti un attimo di respiro. Qui puoi comprare cure, potenziamenti, oppure rischiare il culo in una sfida extra dove puoi perdere metà delle tue stats… o raddoppiarle. Un po’ di adrenalina da casinò mistico che non guasta mai. Sono quei piccoli momenti che spezzano il ritmo ma non ti annoiano, anzi, ti fanno ragionare, ti danno il brivido della scelta.
Trama? Meh. Ma chi cazzo legge tutto quando c’è da spaccare crani?
Lo ammetto senza vergogna: la trama l’ho skippata a manetta, e non perché sono un ignorante. Cazzo, leggo manga come un pazzo, ci vivo dentro. Ma qui i dialoghi erano lunghi, lentissimi, scritti in modo un po’ moscio, con immagini fighette ma niente che ti incolli allo schermo. Dopo due minuti sembrava di leggere il diario segreto di un samurai depresso. Per fortuna c’è il tasto skip, e sia lodato il game designer che l’ha messo. Perché porco joystick, se volevo stare 20 minuti a guardare immagini statiche mi mettevo un episodio di Death Note e mi facevo i popcorn.
Ma appena parte il gameplay… spettacolo. Uno spasso di quelli seri.
Il sistema di combattimento è ben bilanciato, liscio come olio su un panino unto. Ti muovi che è una goduria: tra schivate tattiche, parate al millisecondo e colpi finali da far esplodere lo schermo, ti senti un vero Dio delle Lame.

E poi i nemici: non sono messi lì a caso, cazzo! Hanno senso, hanno un’identità. Niente robe alla cazzo tipo draghi volanti insieme a conigli rosa epilettici. Qui ogni boss ha un design decente, un attacco studiato e ti obbliga a imparare qualcosa. Un livello di sfida onesto e mai frustrante. Ti stendono? Colpa tua, non del gioco.
Insomma, che tu sia un fan del genere o uno che di ‘sta roba non ne ha mai sentito parlare, Yasha: Legends of the Demon Blade va provato. Magari all’inizio ti sembra tutto strano, troppo giappo, troppo “anime in pixel”, ma dopo due partite sei già lì che urli alla TV come se stessi sfidando tuo zio ubriaco in un’arena di spade.
Noi del Cartel del Gaming lo consigliamo al 100%, con le mani sporche di sangue e il cuore pieno di adrenalina. Non è il gioco perfetto, ma è una fottuta perla che non si merita di passare inosservata.
