Quando il terrore diventa digitale e perde completamente i denti
Diciamolo senza fare i timidi: la CGI usata male ammazza la paura, la prende a schiaffi e la lascia stesa a terra. In teoria dovrebbe amplificare lo spettacolo, in pratica troppo spesso fa l’effetto contrario: ti ricorda che stai guardando qualcosa di finto, costruito al computer, senza peso e senza anima.
La domanda è semplice ma fastidiosa: cosa cazzo ci spaventa davvero? Il terrore funziona solo se c’è immersione, empatia, immedesimazione. Se queste saltano, puoi anche buttarmi addosso il mostro più dettagliato, lucido e iperrealistico mai renderizzato, non succede niente. Nessuna tensione, nessun nodo allo stomaco.

Sì, ok, il fattore età conta. A diciassette anni ti impressioni con poco, a quaranta hai visto talmente tanta roba che sei più corazzato. Ma non è solo quello. Il punto è che i climax costruiti quasi esclusivamente con la CGI mi lasciano freddo. Al contrario, mi colpiscono molto di più gli effetti pratici, il trucco, la fisicità reale di ciò che sta in scena. Quella roba esiste, occupa spazio, respira insieme agli attori.
Quando la CGI prende il controllo totale del tono, succede il disastro. La tensione non viene costruita, viene programmata, incollata sopra la storia come una texture sbagliata. E lo spettatore se ne accorge subito. Vedi il digitale, percepisci l’artificialità, senti che quella cosa non potrebbe mai esistere nella tua realtà. In un horror, questa è una condanna a morte.
Negli ultimi anni questa sensazione è diventata quasi una costante. Un esempio recente è Welcome to Derry: ci sono momenti talmente saturi di CGI che la tensione evapora, specialmente in alcune scene che dovrebbero farti stringere i muscoli sulla sedia. Invece ti ritrovi a osservare l’effetto speciale, non a vivere la scena. E quando succede questo, l’horror ha già perso la partita.
La stessa cosa, anche se in modo meno devastante, l’ho provata con gli ultimi film di It. Per quanto siano più curati e moderni, non hanno lo status iconico della vecchia miniserie con Tim Curry. Non perché fosse tecnicamente superiore, ma perché Pennywise lì era presente, sporco, inquietante, imperfetto. Qui invece il personaggio viene spesso divorato dalla CGI e finisce per sembrare più un boss di fine livello che un incubo.
Il problema vero è che oggi tutto il terrore viene delegato agli effetti, invece che alla narrazione, alla regia, ai silenzi, ai tempi morti che ti scavano dentro. È come se qualcuno avesse deciso che basta premere il pulsante “mostro digitale” per spaventare il pubblico. Spoiler: non funziona così.
Curiosamente, questa cosa mi pesa soprattutto nell’horror. Nell’action o nella fantascienza la digerisco molto meglio. I recenti Mad Max di George Miller, ad esempio, usano la CGI per completare l’esperienza, non per sostituirla. Serie come Andor o Foundation fanno lo stesso: gli effetti servono la storia, non la schiacciano.

Forse tra qualche anno il problema si risolverà. La tecnologia corre, migliora, diventa sempre più invisibile. Magari un horror ultra-digitale riuscirà davvero a spaventarmi come succedeva una volta. Oppure no, e avrò definitivamente perso interesse per questo tipo di terrore artificiale.
La vera domanda, Sicarios, resta una sola: vogliamo ancora essere spaventati sul serio o ci basta guardare un bel fuoco d’artificio digitale e chiamarlo horror?
