Tra titoli fatti col cuore e simulatori fatti col culo, ecco perché i giocatori stanno tornando indietro nel tempo
C’è un odore strano nell’aria videoludica del 2025. Non è nostalgia, non è malinconia, è proprio puzza di mediocrità impacchettata bene. Sì, perché nel 2017 bastava guardare le uscite dell’anno per capire che c’era ancora una linea di qualità minima, una sorta di “se vuoi fare un videogioco, almeno fallo bene, cazzo”. Oggi invece, basta un titolo in pixel art buttato su Steam con scritto “simulator” per convincere mezzo mondo che è roba indie da genio incompreso. Ma non è arte, fratelli sicarios: è pigrizia travestita da genialità.
Nel 2017 uscivano giochi che non solo funzionavano, ma che avevano un’anima. La Terra di Mezzo: L’Ombra della Guerra, per esempio, era uno di quei titoli che ti facevano dire “ok, questo l’hanno costruito con rispetto”. Il sistema dei nemici, la storia, la sensazione di essere un cazzo di assassino leggendario tra gli orchi: era tutto calibrato, curato, vivo. E oggi? Oggi ti vendono un gioco con la copertina generata da un’IA, una trama scritta da un algoritmo ubriaco e un gameplay che sembra fatto da uno stagista con un laptop del 2008.

Nel 2017 avevamo Crash Bandicoot N. Sane Trilogy, Resident Evil 7, Horizon Zero Dawn, Nier: Automata, Assassin’s Creed Origins, Cuphead, Persona 5. Ognuno con la sua identità, con una personalità forte. Non erano perfetti, ma non dovevano chiederti scusa per esistere. Erano veri videogiochi, non esperimenti sociali da TikTok con scritto “early access” per nascondere il fatto che non funzionano un cazzo.
Il problema, nel 2025, è che si è rotto il patto tra sviluppatori e giocatori. Prima, anche se un gioco era deludente, si sentiva la fatica dietro. Ora invece c’è l’approccio “basta che lo comprano, poi patchiamo”. Ma patchate cosa, se il gioco è una merda alla base? Puoi aggiornare un’idea mediocre quanto vuoi, ma resta mediocre. E il pubblico, da parte sua, si è pure rassegnato. Gli standard si sono abbassati insieme alle aspettative, come un vecchio con l’ernia del disco.
Quello che fa più ridere – ma ridere amaro – è che adesso se un gioco è semplicemente “completo” viene trattato come un miracolo. Esce un titolo che non crasha e la gente lo chiama “capolavoro”. Porca miseria, ma siamo messi così male? Un tempo era la norma, non l’eccezione. Nel 2017 i giochi uscivano finiti, oggi escono spezzati, incompleti e ti vendono i pezzi mancanti come DLC. Nel 2017 c’era Uncharted: L’eredità perduta, oggi ci sono Unfinished Simulator 2025 Deluxe Edition.

E non parliamo dei cosiddetti “boomer shooter”. Una volta “retro” significava rispetto per le origini. Ora è solo una scusa per giustificare il fatto che non sanno usare Unreal Engine. “Eh, ma è un omaggio ai vecchi FPS”. No fratè, è un aborto in bassa risoluzione con texture di plastilina.
Quello che manca oggi è la passione artigianale, quel tocco umano che faceva la differenza. Resident Evil 5 (sì, quello che molti snobbano ma che in realtà era una figata) riusciva a mischiare azione, tensione e ritmo. Non c’erano i soliti jump scare da quattro soldi, ma una costruzione della paura vera. Adesso ti buttano addosso dieci effetti audio, due ombre storte e ti dicono che è “esperienza psicologica”. Psicologica sarà la depressione dopo averlo giocato.
Anche Mortal Kombat aveva senso: combattevi, spaccavi ossa, ti divertivi. Non c’erano cento menù, tre valute virtuali, microtransazioni o abbonamenti al sangue. Ti bastava un controller e tanta cattiveria. Oggi invece i picchiaduro ti fanno più tutorial che botte, e quando combatti ti senti dentro un video musicale in LSD.
Nel 2025, con tutta la potenza dell’hardware, ci aspettavamo il futuro. Invece ci siamo beccati il passato mascherato da innovazione, con meno idee e più pubblicità. È come se l’industria avesse deciso che la mediocrità è accettabile, tanto la gente compra lo stesso. E forse il vero problema siamo noi, i giocatori, che abbiamo smesso di pretendere.
Ma sapete cosa? Forse la soluzione è davvero tornare indietro. Riempire la libreria di roba vecchia ma solida. Reinstallare L’Ombra della Guerra, rimettere mano a Uncharted 4, riaccendere Crash Bandicoot e ricordarci di quando un gioco non doveva giustificare la sua esistenza con trailer in CGI e “visioni artistiche”. Quando bastava accenderlo, giocarlo e dire: “cazzo, questo è un videogioco”.
Forse è lì che dobbiamo tornare. Non per nostalgia, ma per dignità.
E voi, sicarios, siete ancora capaci di pretendere qualità o vi siete rassegnati a comprare lo schifo patinato che vi servono ogni anno?
