Quando un cavallo leggendario diventa un pretesto per farci galoppare nel nulla
Ci sono cose che il mondo non ha mai chiesto, e poi c’è Spirit Horse Simulator.
Un gioco del 2025 basato su un cavallo del 2002 che già allora non si cagava nessuno.
È come se domani uscisse Shark Tale: The RPG. Cioè, chi cazzo te l’ha chiesto?
Nel 2002 usciva Spirit – Cavallo Selvaggio, il film d’animazione che doveva commuovere grandi e piccini con la libertà, la natura, i prati, la musica di Bryan Adams e tutta quella roba da “sentite il vento nella criniera”.
Bello sulla carta, peccato che nessuno se lo ricordasse dopo tre giorni. Non era Il Re Leone, non era Shrek, non era un cazzo.
Era solo un cavallo che correva nel deserto mentre noi, bambini o adulti, aspettavamo che succedesse qualcosa.

E ventitré anni dopo, un tizio della Indie Forge Studios si sveglia, guarda fuori dalla finestra e dice: “Ragazzi, il mondo ha bisogno di Spirit.”
No fratello, il mondo ha bisogno di soldi, cure mediche e parcheggi gratuiti, non di un simulatore di cavalli malinconici.
Spirit Horse Simulator si presenta come “un viaggio di libertà, speranza e guarigione”.
Ma la verità è che dietro questa poesia new age si nasconde il vuoto cosmico di un’idea riciclata, un gioco che cerca di venderti nostalgia per qualcosa che non è mai stato iconico.
Cioè, chi nel 2025 sente la mancanza di Spirit?
Nessuno. Forse solo lo sviluppatore. E magari neanche troppo.
E poi, scusa, parliamoci chiaro: se proprio volevi fare un gioco sui cavalli, ci sono milioni di idee più sensate.
Un Red Dead Redemption ma dove il cavallo è il protagonista? Figo.
Un simulatore realistico tipo Horse Life ma con un twist horror? Interessante.
Ma no. Hai preso Spirit, un personaggio dimenticato da tutto l’internet, e ci hai costruito attorno un poema esistenziale che sembra scritto da uno che ha sniffato incenso.
La trama è questa roba pseudo mistica sul “padre stallone Amadeus” che protegge la libertà e affida il destino ai suoi figli sparsi sull’isola.
Una roba così seria che ti viene da ridere per forza.
Sembra la lore di un gioco epico, e invece dietro c’è solo un cavallo piazzato in una mappa. Fine.
Zero missioni, zero emozioni, zero cazzi.

La parte migliore?
Il tono solenne della descrizione:
“Run through storm and shadow. Leap broken fences. Heal the island.”
Traduzione libera:
“Corri a caso. Salta recinzioni finte. Guarda l’erba crescere in 4K mentre pensi alle tue scelte di vita.”
È come se lo sviluppatore volesse farci credere che dietro ogni pixel ci sia un messaggio profondo.
In realtà, dietro ogni pixel c’è solo un tizio che ha trovato un modello 3D di cavallo gratis su internet e ha deciso che quello sarebbe stato Spirit.
E davvero, fratello, chi cazzo si sveglia nel 2025 e dice “sai cosa manca oggi? Un gioco su Spirit”?
Nemmeno la DreamWorks se lo ricorda più. Spirit è quel tipo di personaggio che se lo nomini a qualcuno ti risponde: “Ah sì, quello del cavallo marrone… o era quello della Disney?”
Nessuno lo sa, nessuno ci tiene.
Perché alla fine Spirit Horse Simulator non è solo un gioco inutile: è un simbolo perfetto del revival fallito.
Del tentativo disperato di trasformare una roba dimenticata in un culto nostalgico.
Solo che qui non c’è nostalgia. C’è solo un cavallo depresso in un open world vuoto.
E non è nemmeno ironico. Se almeno lo sviluppatore avesse detto “ragazzi, è una parodia, fatevi due risate”, ok.
Ma no. Lui lo prende sul serio. Ti parla di libertà, eredità spirituale, equilibrio tra uomo e natura.
Fratello, l’unico equilibrio che serve qui è quello tra il tasto “Disinstalla” e la mia pazienza.
Non so se Spirit Horse Simulator sia un troll cosmico, un esperimento universitario o il frutto di una crisi di mezz’età, ma una cosa è certa:
non era necessario.
Non lo volevamo, non lo aspettavamo, e ora che esiste, speriamo che corra via veloce, verso il tramonto del dimenticatoio digitale.
E allora, miei sicarios, vi lascio con una domanda:
quale sarà il prossimo genio che deciderà di resuscitare un cartone morto da vent’anni e chiamarlo “arte”?
