Il biologo inglese che ha trasformato la pesca in una lotta all’ultimo respiro
Da insegnante di biologia a pazzo dei fiumi
Jeremy Wade non è nato con una telecamera puntata addosso o una barca sponsorizzata. È nato nel 1956, in un paesino inglese dove l’unica cosa più pericolosa dei fiumi era l’ora di biologia. Da giovane era un insegnante tranquillo, di quelli che spiegano il ciclo vitale dei pesci a ragazzini annoiati. Poi un giorno ha deciso che non gli bastava raccontare gli animali: voleva farsi mordere da loro. E da lì è partita la spirale.
Prima di diventare il volto di River Monsters, Jeremy ha fatto di tutto. Traduttore di portoghese, guida turistica, giornalista, addetto stampa, lavapiatti, pure copywriter. Uno di quelli che non riesce a stare fermo, ma che trasforma ogni esperienza in una storia da raccontare. Ed è proprio questa la chiave del suo successo: quando parla, non sembra un attore, ma un sopravvissuto. Ogni ruga del suo viso è una cicatrice, e ogni volta che sorride capisci che dietro quella calma inglese c’è un uomo che ha rischiato la pelle per inseguire un pesce più vecchio di lui.

Un biologo vero, non un influencer con la canna
Molti pensano che Wade sia solo un personaggio televisivo, ma il tipo ha una laurea in biologia e una conoscenza scientifica che umilia metà dei biologi da laboratorio. È un naturalista vecchio stile, uno di quelli che studiano i fiumi con gli occhi e le mani, non con i grafici. Quando viaggia, non cerca solo “il mostro gigante”: analizza ecosistemi, comportamenti animali, abitudini predatorie e impatti ambientali.
Dietro ogni episodio di River Monsters c’è un lavoro da ricercatore vero. Non a caso collabora con associazioni ambientaliste e fondazioni per la conservazione delle specie d’acqua dolce. Mentre molti colleghi fanno finta di pescare per farsi i selfie, lui ti arriva nel cuore del Congo, con la febbre a quaranta e un quaderno pieno di appunti su come salvare una specie in estinzione.
Venticinque anni dietro un singolo pesce
La sua vita è un’ossessione continua. C’è un episodio leggendario della sua carriera: il pesce che gli ha fatto perdere 25 anni di vita. Non è una metafora: venticinque anni a cercare, studiare e inseguire la stessa cazzo di creatura. Ogni volta gli sfuggiva, cambiava zona, lo faceva impazzire. E quando finalmente l’ha catturata, non ha festeggiato. L’ha solo guardata negli occhi e ha detto: “Finalmente.”
Quel momento descrive perfettamente chi è Jeremy Wade: uno che non pesca per vantarsi, ma per chiudere cerchi. Per lui ogni mostro non è una preda, ma un capitolo di vita da archiviare. Una sfida con la natura e con sé stesso.
Il “mostro” che Jeremy Wade ha inseguito per venticinque anni era il pesce tigre del Congo, noto anche come Goliath Tigerfish (Hydrocynus goliath).

È uno dei pesci d’acqua dolce più terrificanti mai documentati: ha denti lunghi quanto quelli di uno squalo, un corpo da torpedo e un temperamento da psicopatico. Vive nel fiume Congo, in zone praticamente inaccessibili, piene di correnti violente e animali che ti divorano prima ancora che tu tocchi l’acqua.
Wade ne sentì parlare per la prima volta negli anni ’80, durante una spedizione in Africa. Tutti gli raccontavano di un “mostro che taglia in due i pesci più grandi” e che “può trascinare un uomo sotto in pochi secondi”. Solo che nessuno l’aveva mai ripreso davvero, e molti pensavano fosse una leggenda.
Lui no. Ha passato decenni a cercarlo: documentandolo, parlando con i locali, rischiando la pelle in zone di guerra e persino beccandosi la malaria. Quando finalmente lo ha catturato (nell’episodio Demon Fish di River Monsters), il bestione pesava oltre 45 chili, aveva denti da 5 cm e una faccia da film horror.
Jeremy lo definì “la cosa più vicina a un predatore perfetto che abbia mai visto”.
E, onestamente, dopo venticinque anni dietro quella belva, se lo era pure meritato.
Il dietro le quinte è un inferno
Chi guarda River Monsters pensa che sia tutto semplice: Jeremy lancia la lenza, il pesce abbocca, il pubblico impazzisce. Ma la realtà è un’altra: le riprese durano settimane, a volte mesi. E in mezzo succede di tutto. Barche che affondano, guide che spariscono, permessi bloccati, malattie tropicali, piogge torrenziali e attrezzature distrutte.
Ogni episodio è un incubo logistico. La troupe vive in condizioni miserabili, e spesso le scene che vedi in TV sono tagliate da giorni di tentativi falliti. Wade ha ammesso che a volte pesca per dieci ore di fila senza vedere un cazzo. Ma non molla mai. È testardo come un bulldog e metodico come un chirurgo. Anche quando tutto va storto, continua. Perché sa che il pubblico non vuole solo un pesce: vuole vedere l’uomo che si rifiuta di arrendersi.

Un ambientalista che odia i riflettori
In mezzo a tutta questa follia, Jeremy Wade è uno dei pochi personaggi televisivi che non si è mai venduto alla spettacolarizzazione. Non lo vedrai fare pubblicità di merda o fingere col sorriso stampato. Lui vive per il fiume, non per l’hype. Ha lavorato con fondazioni ambientali per la salvaguardia degli ecosistemi fluviali e si è fatto promotore di campagne contro l’inquinamento delle acque dolci.
La sua missione è semplice: far capire che l’acqua è un mondo vivo, pieno di misteri, e che la vera paura non sono i mostri — ma la scomparsa dei luoghi dove questi mostri vivono. In un’epoca in cui tutti vogliono catturare like, lui vuole solo catturare la verità.
Un uomo che ha sfidato la morte più di una volta
Jeremy non è un supereroe, ma un pazzo lucido. Durante le spedizioni ha rischiato di morire più volte: febbre malarica in Congo, infezioni tropicali in Amazzonia, scariche elettriche da pesci elettrofori, morsi di animali sconosciuti. In certe interviste ammette di aver temuto di non tornare vivo. Ma non smette, perché per lui la paura è il prezzo da pagare per la conoscenza.
Dietro l’immagine del “pescatore dei mostri” si nasconde un uomo che ha abbracciato il rischio come parte della sua identità. Uno che ha visto posti dove nemmeno Google Maps osa zoomare e che ha passato notti intere con serpenti sotto la tenda.

Tra mito, leggende e bugie
Non tutto quello che racconta è oro colato. Wade stesso ha ammesso che molte delle leggende su cui si basano gli episodi vengono da racconti popolari gonfiati dalle paure locali. Eppure lui ci si butta dentro con rispetto, cercando sempre la linea sottile tra mito e realtà. Non è uno che distrugge le leggende: le analizza, le smonta, ma lascia spazio al dubbio. È il suo marchio di fabbrica — e anche ciò che rende River Monsters diverso da qualsiasi altro documentario del cazzo.
Un’icona vera, ma non un santo
Jeremy Wade è rispettato nel mondo scientifico e amato dal pubblico, ma anche lui ha avuto i suoi flop. Dopo River Monsters ha provato a replicare il successo con altri format (Mighty Rivers, Dark Waters), ma nessuno ha raggiunto lo stesso impatto. È come se tutto quello che poteva dire lo avesse già detto nel suo show di punta. E adesso, ogni nuovo progetto sembra solo un’eco del passato.
Il verdetto del Cartel
Jeremy Wade è uno di quei personaggi che non puoi odiare, ma neanche idolatrare. È un uomo che ha vissuto mille vite, ma che adesso rischia di restare intrappolato nel personaggio che lui stesso ha creato. Il cacciatore di mostri che non riesce più a trovarne di nuovi. Ci ha fatto sognare, ci ha insegnato qualcosa e ci ha pure annoiato in certi episodi, ma almeno è sempre stato vero.
Quindi rispetto per il vecchio Wade — ma non giriamoci intorno: oggi River Monsters non lo rifarebbe nessuno. Troppo costoso, troppo rischioso, troppo “reale” per l’era delle reaction e dei TikTok. Noi ne parliamo perché fa parte della storia dei documentari moderni, ma ormai la sua leggenda galleggia a pelo d’acqua. E come i suoi mostri, rischia di sparire nel silenzio del fiume.
Io e Jeremy Wade, tra mostri, notti insonni e un rispetto che non muore
Ora, parliamoci chiaro: io con Jeremy Wade ho un rapporto strano. Lo guardo ogni notte prima di dormire, e non è un modo di dire. Mi sono visto tutti gli episodi di River Monsters, più volte, al punto che ormai potrei doppiarli parola per parola. Eppure ogni volta mi cattura come la prima. C’è qualcosa in quell’uomo che va oltre la pesca, oltre il documentario. È una presenza familiare, uno che non conosci davvero ma che finisci per rispettare come se fosse un vecchio zio testardo che non molleresti mai.

In casa mia ho pure una canna da pesca ispirata a lui e una foto di Jeremy con un pesce gatto gigante appesa in salotto. E ogni volta che la guardo, mi viene da ridere pensando che sì, forse è un pazzo, ma è il mio tipo di pazzo. Non cerca fama, non cerca applausi: cerca la verità. E lo fa con una dedizione che oggi non si trova più manco a pagarla oro.
Forse è questo che mi piace di lui. Non è solo un pescatore, è uno che ha trasformato la curiosità in una forma di resistenza. Uno che guarda il caos del mondo, ci si tuffa dentro e ne esce ogni volta con una storia da raccontare. Uno che ha fatto della passione una religione, ma senza mai predicarla.
Sì, io a Jeremy Wade gli voglio bene. Non perché è perfetto, ma perché è vero. Perché quando lancia quella lenza in un fiume dove nessuno oserebbe mettere un piede, sembra quasi che stia dicendo: “Io ci credo ancora.” E in un mondo pieno di finte emozioni e contenuti usa-e-getta, quella roba vale più di mille mostri pescati.
