Quando un ex supereroe finisce a lavorare dietro una scrivania e tutto va a puttane
C’è un momento nella vita di ogni eroe in cui non ci sono più città da salvare, solo scartoffie da firmare. È lì che nasce Dispatch, un gioco che prende a schiaffi tutto ciò che sappiamo sui supereroi e lo trascina nel pantano della quotidianità. Aaron Paul — sì, quel Paul di Breaking Bad — interpreta Robert Robertson, alias Mecha Man, un ex eroe dal passato esplosivo che ora passa le giornate a smistare chiamate di emergenza come un impiegato con troppo caffè e zero voglia di vivere. Il concept è semplice ma geniale: niente mantelli, niente raggi laser, solo riunioni, missioni mal coordinate e disastri pubblici gestiti come un centralino della Protezione Civile.
L’idea è firmata AdHoc Studio, lo stesso team di ex sviluppatori Telltale che aveva dato vita a capolavori come The Wolf Among Us e Tales from the Borderlands. E il pedigree si vede: ogni scena di Dispatch trasuda ironia e disperazione, equilibrio perfetto tra scrittura brillante e caos organizzativo. È la parodia perfetta di The Boys travestita da The Office: un mondo dove i supereroi non esplodono solo i cattivi, ma anche le loro carriere, le loro amicizie e la propria salute mentale.

Un semplice gestionale Dispatch?
Il gioco è un ibrido bastardo tra gestionale tattico e avventura narrativa. Nella parte gestionale sei il cervello dell’agenzia: gestisci il Superhero Dispatch Network, scegli chi mandare alle missioni e chi tenere fermo, valuti priorità, rischi e compatibilità tra personaggi che si odiano come cani. Ogni eroe è una mina vagante, ognuno ha il suo ego, i suoi traumi e la tendenza a mandare tutto in vacca se lo tratti male. Le tue scelte determinano non solo il successo delle missioni ma anche la tenuta mentale del team, e un errore può costarti una città distrutta o una guerra interna.
Poi arriva la parte narrativa, ed è lì che Dispatch mostra i muscoli. Le conversazioni sono dense, cattive, a volte commoventi; scritte con una naturalezza che sembra improvvisata. Aaron Paul regala un’interpretazione che spacca: cinico, disilluso, sarcastico fino all’osso. Si sente la stanchezza di un uomo che è stato un dio e ora deve compilare moduli. Al suo fianco c’è un cast di doppiatori da paura: Jeffrey Wright, Laura Bailey, Matthew Mercer, Erin Yvette, Jacksepticeye e persino Alanah Pearce. Una banda di professionisti che riesce a far sembrare vivo ogni dialogo, come se stessi guardando una serie TV in tempo reale.

Il tono generale è quello di una commedia nera, con lampi di dramma e un’ironia devastante. Gli sviluppatori hanno dichiarato di aver scritto il gioco come “uno specchio del mondo moderno”, dove i supereroi rappresentano le aziende e il burnout dei protagonisti riflette quello dei lavoratori veri. E cazzo, funziona: ogni battuta taglia come un coltello, ogni scelta pesa. Non è la classica parodia spensierata: Dispatch ti fa ridere, ma ti ricorda che dietro ogni maschera c’è qualcuno che sta crollando.
Tecnicamente il titolo gira su Unreal Engine 4, ma AdHoc ha preferito puntare su uno stile visivo semi-cartoon che rende tutto più espressivo e “animato”, a metà tra fumetto e serie TV digitale. Le animazioni facciali sono credibili, i colori saturi accentuano il contrasto tra realtà e finzione, e il montaggio dinamico mantiene ritmo e tensione anche nei momenti più statici. Niente fronzoli grafici da AAA, ma una direzione artistica coerente e distintiva che esalta la narrativa senza far rimpiangere il fotorealismo.
L’idea forse va premiata
L’aspetto più interessante, però, è il bilanciamento tra caos e controllo. Il sistema di gestione non perdona: se mandi l’eroe sbagliato su una missione, le conseguenze si ripercuotono su tutta la campagna. Alcuni personaggi potrebbero ribellarsi, sabotare operazioni o andarsene del tutto. Ogni azione conta, e la sceneggiatura reagisce in modo dinamico, offrendo dialoghi e finali differenti. Questo significa che due partite non saranno mai uguali, e che ogni cazzata commessa ti resterà sul groppone per ore.
Il rilascio è episodico, con la prima parte in arrivo il 22 ottobre 2025 e nuovi capitoli ogni settimana fino a metà novembre. Un formato che torna utile al tipo di narrazione che AdHoc vuole proporre: concentrata, tagliente, strutturata come una miniserie TV. Ogni episodio ha un proprio climax e chiude con un cliffhanger bastardo, di quelli che ti costringono a tornare per vedere quanto peggio può andare.

Dispatch è anche un esperimento sociologico: la rappresentazione di un sistema dove la meritocrazia è una farsa, la leadership è un disastro e la burocrazia schiaccia anche i più potenti. Gli eroi non salvano più il mondo, lo gestiscono come una pratica da ufficio, mentre i media vendono le loro cadute come intrattenimento. È una critica spietata al mito del “salvatore” e una riflessione tagliente sul peso della responsabilità.
In un panorama dove ogni gioco cerca di essere più grande e rumoroso del precedente, Dispatch sceglie di essere più intelligente e cinico. Non ti spara addosso effetti speciali: ti prende in giro mentre provi a gestire un disastro. È una lettera d’amore e odio al mondo dei supereroi, scritta con ironia, tecnica e cattiveria. E con Aaron Paul al centro della scena, il risultato è una bomba che unisce il carisma di Hollywood alla scrittura brillante del miglior storytelling videoludico.
Dispatch non è per chi cerca il solito power-fantasy: è per chi vuole vedere cosa succede quando i supereroi devono fare i conti con la realtà, con la stanchezza, con l’ufficio e con sé stessi.
È la dimostrazione che anche dietro un computer pieno di stress e missioni mancate può nascondersi la storia più umana e folle dell’anno.
La verità su Dispatch
E ora diciamolo senza peli sulla lingua: Dispatch rischia di essere il classico flop annunciato.
Questi giochi narrativi pseudo-interattivi si spacciano per esperienze profonde, ma alla fine passi il 97% del tempo a guardare e il 3% a cliccare a caso. E sì, Aaron Paul ci prova, ma sembra solo il cosplay stanco di sé stesso, intrappolato nel loop eterno di Breaking Bad — lo stesso attore che Hollywood ha cercato di silurare cento volte e che si è salvato solo perché al pubblico faceva pena.
Da allora ha fatto film che nessuno ricorda nemmeno di titolo, e ora finisce pure in un videogioco che puzza più di esperimento che di intrattenimento vero. Noi ne parliamo perché siamo seri e parliamo di tutto ciò che riguarda il mondo dei videogiochi, ma la verità è che me lo sono già dimenticato prima ancora che esca.
Flop, flooop, floooop.
