Un mix bastardo tra GTA, Police Simulator e una serie tv anni ’80 che non sai se amare o denunciare.
Quando ho visto The Precinct per la prima volta, giuro su ogni tastiera rotta che pensavo fosse una di quelle porcherie tutte teoria, multe e pulsanti complicati. Uno di quei giochi che sembrano un lavoro sottopagato più che un passatempo. Insomma, lì per lì ho pensato: “Madonna che sbatti, mi pentirò anche solo ad avviarlo”. Ma la grafica mi ha fatto l’occhiolino, e porca vacca… l’ho avviato. E BOOM: sorpresa. Un cazzo di giocone.
Un pugno retrò dritto nei denti

Averno City è un pugno nello stomaco fatto di neon, crimini e atmosfera marcia. Non è solo bella da vedere, è viva. Ti butta dentro un mondo che è tipo Miami Vice fatto a pugni con RoboCop in un vicolo buio. Una città in cui ogni maledetto angolo può nascondere un colpo di scena o una sparatoria. Non è solo un open world: è un’orgia visiva e sonora di anni ’80 rifatti con gli steroidi moderni.
La grafica è una goduria per gli occhi: luci al neon, dettagli sudici, ombre che si muovono come minacce. Di notte sembra che la città respiri incubi. Di giorno sembra solo incazzata.
La storia? Una roba seria.
Non è che ti butta lì a fare il poliziotto a caso. No. Tu sei Nick Cordell Jr., figlio di un ex sbirro leggendario fatto fuori nel mezzo del caos. Ora sei tu che devi calarti nei suoi stivali, e te lo fanno pesare. Perché la trama non è una scusa per giocare: è il motore del tutto. Scelte da fare, tensione costante, e quella sensazione che ogni decisione possa mandare tutto a puttane.
Gameplay: tra orgasmo e rottura di coglioni

Qui parte la schizofrenia. Il gioco si presenta come un misto tra GTA 1 e 2 e Police Simulator. Quindi ti trovi a fare robe da action game, tipo inseguimenti, sparatorie e interrogatori, ma anche una valanga di teoria, tipo sapere che reato è stato commesso, leggere i cazzo di diritti, decidere se arrestare o solo multare, e fare attenzione a come lo fai.
Insomma, un ibrido incasinato tra simulazione e botte da orbi.
E qui arriva il problema grosso: non è né un vero simulatore, né un vero gioco d’azione. È un 50/50 che confonde il cervello. E quando un gioco non prende una direzione chiara, rischia di fare tutto a metà. Non dico che fallisca, ma ogni tanto ti fa venire voglia di spaccare la tastiera, perché dici: “Ma sto giocando o sto studiando per l’accademia di polizia?”
Comandi meccanicosi del cazzo
Sì, ti ci abitui, ma all’inizio sembra di pilotare un drone ubriaco con i guanti da forno. Ogni movimento ha quel mezzo secondo di ritardo, ogni azione è impastata. Quando sei in mezzo a una sparatoria e devi leggere i diritti a un tizio col mitra, ti viene da urlare: “MA CHE CAZZO DI PRIORITÀ HO?!”
L’IA? Siamo seri?
Te la dico chiara: la IA è schizofrenica come un piccione drogato. Fermi un pedone per strada, tutto tranquillo, lo controlli, è pulito. Lo lasci andare e dieci secondi dopo lo becchi che apre il fuoco su un tuo collega con un fucile d’assalto. MA COSA? Cioè, almeno inventatevi una coerenza.
Ma poi arrivano i momenti che ti fanno urlare WOW

Le sparatorie, purtroppo, sono il punto più debole. Non sono brutte, sono solo… molli. Senza impatto. Ti pare di sparare a dei sacchi di sabbia con pistole giocattolo.
MA GLI INSEGUIMENTI. MADONNA.
Quelli sono una droga. Sirene, traffico, sterzate, pallottole che fischiano, e tu che cerchi di tenere la macchina in strada mentre il mondo ti crolla addosso. È uno dei pochi giochi dove guidare è più divertente che sparare, e lo dico col cuore in fiamme.
Personalizzazione e crescita
Fai punti esperienza, sali di livello, assegni attributi tipo resistenza, mira, munizioni extra e altre cagate utili per sopravvivere a ‘sto mondo marcio. Niente di rivoluzionario, ma è una bella aggiunta che ti fa sentire più forte man mano che prosegui.
Playstyle multipli? Sì, e funzionano bene
Puoi scegliere se agire da ninja, infilarti nei vicoli, disattivare telecamere e sorprendere i criminali alle spalle. Oppure puoi entrare a cazzo duro con pistola e giubbotto antiproiettile, facendo saltare tutto. Il bello è che il gioco ti lascia spazio. E ogni scelta cambia qualcosa, ti fa vivere il caso in modo diverso.
Soundtrack e doppiaggio: roba seria
Musica synth anni ’80 da sballo, suoni delle armi curati, voci con personalità. Quando un tizio ti urla contro mentre lo ammanetti, o quando senti il tuo personaggio incazzarsi durante un interrogatorio, senti che c’è pathos, presenza, non è tutto piatto come in tanti altri giochi.
Ma allora che cazzo è sto gioco?

È un ibrido coraggioso. E io lo rispetto. Ma deve ancora capire bene cosa vuole essere da grande. Se si buttava sull’action, secondo me diventava un cazzo di capolavoro. Così com’è, rimane un gioco fighissimo ma con momenti di confusione e sbavature che gli fanno perdere punti.
Eppure… mi diverte da morire.
Fare le ronde, controllare le auto, scendere e chiedere patente e documenti come fossi un bastardo col badge, inseguire un criminale per tre isolati e poi beccarlo che si arrampica su un tetto… è adrenalina. È soddisfazione. È gioco puro.
Pecche finali
- IA da riscrivere da zero
- Sparatorie senza mordente
- Comandi rigidi e lenti
- Troppe robe burocratiche all’inizio
Cose che spaccono
- Inseguimenti orgasmici
- Atmosfera e ambientazione
- Trama avvincente
- Sistema di crescita e scelta stile
- Musica e doppiaggio super immersivi
La verità? The Precinct merita. Anche coi suoi cazzo di difetti.
Un gioco così non lo fanno tutti i giorni. Non sarà perfetto, ma ha le palle. Ti fa sentire un poliziotto, un eroe fallato, un uomo nel caos. E alla fine, quando spegni tutto, ti dici: “Minchia, domani lo riaccendo”.
E allora, sicarios…
…voi che dite? Vi basta l’adrenalina da volante e giustizia improvvisata? O volete un gioco più chiaro, meno confuso e più sparatutto puro? Fatevi sentire, perché qui c’è da decidere se The Precinct è una perla grezza o una bomba senza direzione.
