Il vero significato di Death Stranding non lo capisce nessuno – e va bene così

Non devi capire Kojima. Devi solo lasciarti trascinare nel suo delirio cosmico

Death Stranding è un colpo in faccia all’idea classica di videogioco. Non è pensato per piacere a tutti. Non è lì per farti divertire. È lì per prenderti, sballarti il cervello e lasciarti da solo nel mezzo di una montagna digitale a portare un pacco da 80 chili mentre piove merda dal cielo.
E se ti fermi a chiederti “Ma che cazzo sto facendo?”… be’, sei sulla strada giusta.


Chi cerca spiegazioni, ha già perso

La gente passa ore a fare video su YouTube tipo: “La spiegazione DEFINITIVA della trama di Death Stranding”.
Ma vai a cagare.
Death Stranding non è fatto per essere capito. È un’esperienza, un viaggio, un’ossessione emotiva. E la verità è che nessuno – neanche Kojima – sa esattamente cosa cazzo significhi tutto quello che ha scritto.

Ci sono esplosioni chiamate Death Stranding, bambini in capsule che vedono i morti, pioggia che invecchia, gente che muore e torna, fantasmi neri con tentacoli, Mads Mikkelsen che compare ovunque… e tu sei lì, il povero corriere Sam, che cerca solo di non scivolare su un sasso.


È il caos dell’anima tradotto in gioco

Kojima ha messo dentro questo titolo tutto il suo disagio esistenziale, e l’ha confezionato in un mondo talmente fottuto da sembrare plausibile.
Perché sì, Death Stranding è un gioco che parla di:

  • isolamento
  • connessione
  • trauma
  • solitudine
  • perdita
  • speranza

Ma lo fa in modo così incasinato, simbolico e anarchico che se provi a incasellarlo dentro una spiegazione lineare, ti stai perdendo il punto. È come cercare di spiegare un sogno con la matematica.
Non funziona. Non DEVE funzionare.


Il bello è non capire un cazzo, ma sentirlo tutto

C’è chi lo abbandona dopo 3 ore. C’è chi piange alla fine.
C’è chi dice “è noioso”, chi lo chiama “capolavoro”, chi lo rigioca solo per ascoltare i brani dei Low Roar sotto la pioggia.
E tutti hanno ragione. Tutti. Anche chi lo odia.

Perché Death Stranding non ti chiede di capire. Ti chiede di SENTIRE. Di stare zitto, prenderti il peso sulle spalle e attraversare l’inferno per portare un cazzo di pacco a un tizio che vive in un bunker e ti dice “grazie” via radio.
E quella gratitudine digitale vale più di mille medaglie in Call of Duty.


La lore è un casino bellissimo

Ci sono momenti in cui pensi:
“Ah ok, ora ho capito chi sono i BB, i BT, i DOOMS, i Bridge Baby, i Death Man, i Beached Things, i Preppers, i Voidout, il Chiralium, gli Stranded Dead, il Multiverso, la spiaggia personale…”
Poi ti rendi conto che stai solo annaspando in un mare di parole inventate che sembrano partorite durante un attacco di febbre a 40.

Ma è proprio questo il punto: ti ci affezioni lo stesso. Perché la coerenza logica va a farsi fottere, ma quella emotiva ti entra sotto pelle.

E anche se non capisci chi cazzo sia davvero Amelie o perché il tuo sangue uccida i fantasmi… continui ad andare avanti. Perché senti che c’è qualcosa di più grande, anche se non puoi afferrarlo.


Kojima è un visionario o un troll geniale?

La domanda che ci facciamo tutti:
Kojima è davvero un genio… o ci sta prendendo per il culo da vent’anni?

Probabilmente entrambe le cose.
Il tipo mescola cinema, filosofia, gameplay e feticismo per gli zaini in un cocktail radioattivo che ti lascia lì, stordito.
E tu lo bevi, lo odi, lo ami, lo bevi di nuovo.
Perché Death Stranding non è il futuro dei videogiochi… è un futuro possibile. Uno in cui il senso non è spiegato, ma vissuto.

E se domani Kojima rivelasse che tutto il gioco è una metafora del ciclo mestruale universale… lo accetteremmo. Perché avrebbe comunque senso. In quel suo cazzo di linguaggio fatto di silenzi, occhi spenti e ponti tra persone rotte.


In fondo, il significato è tuo. E solo tuo.

Death Stranding non è un gioco da recensire con i voti. Non è una roba da Top 10.
È una ferita aperta che o ti cura o ti fa male, ma in entrambi i casi non ti lascia più uguale a prima.

Kojima non ti dà risposte. Ti dà domande.

E forse è giusto così. Perché in un mondo dove tutti vogliono spiegare tutto, forse abbiamo solo bisogno di giochi che ci facciano stare zitti. E sentire.

Allora sicarios…
Voi cosa cazzo avete provato davvero con Death Stranding?
E siete sicuri che serva per forza capirlo… per amarlo?

Donny Rox
Donny Roxhttps://www.elcarteldelgaming.com
Gioco per il gusto di spaccare in chill, non per correre dietro ai tryhard. Sono il più forte da console su Rainbow Six Siege, ma non vado in giro a fare il figo. Quando non sto recensendo porcherie che mi fanno venire voglia di spegnere tutto, mi rilasso su Battlefield a fare casino con stile. Se il gioco non mi diverte, lo brucio. Letteralmente.

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