A San Vito la giornata per Rom, Sinti e Camminanti finisce nel solito casino tra civiltà, pregiudizi e una lezione che l’Italia dovrebbe imparare

In piazza del Popolo, il giorno che doveva parlare di rispetto ha mostrato il meglio e il peggio del paese: da una parte un sindaco lucido e umano, dall’altra chi ancora divide il mondo in “noi” e “voi”

L’8 aprile non è una data qualunque. È la giornata internazionale dedicata a Rom, Sinti e Camminanti, una ricorrenza nata per riconoscere storia, cultura, dignità e diritti di comunità che in Europa continuano ancora oggi a essere guardate con sospetto, fastidio o aperta ostilità. Nel 2026 questa ricorrenza è caduta di mercoledì, e a San Vito al Tagliamento si è trasformata in un momento pubblico che, almeno nelle intenzioni, doveva servire a una cosa molto semplice: ricordare che la convivenza civile non si costruisce con gli slogan, ma con la presenza, l’ascolto e il rispetto reciproco. A San Vito il sindaco in carica è Alberto Bernava, presente anche negli aggiornamenti pubblici del Comune e indicato come sindaco della città da più fonti locali e amministrative.

L’evento, previsto alle ore 18:00 in piazza del Popolo, era dedicato proprio alla Giornata internazionale dei Rom e dei Sinti, cioè una ricorrenza che nasce per sensibilizzare l’opinione pubblica contro discriminazione, antiziganismo e marginalizzazione. Anche in queste ore la stessa giornata è stata richiamata da varie realtà culturali e sociali italiane come occasione di confronto pubblico, memoria e riconoscimento.

Io, da blogger, mi sono trovato lì per fare una cosa che oggi sembra quasi rivoluzionaria: guardare, ascoltare, capire e poi raccontare senza la solita pigrizia mentale da bar sport. E quello che ho visto merita di essere scritto bene, senza saltare nulla, perché in pochi minuti si è materializzato il ritratto perfetto dell’Italia di oggi. Un’Italia che da una parte prova a evolversi, a ragionare, a diventare adulta. E dall’altra viene ancora trattenuta per la giacca da chi non riesce proprio a vivere senza un nemico da puntare col dito.

L’atmosfera iniziale era quella delle occasioni che mescolano curiosità, partecipazione e un po’ di tensione sottile. C’era parecchia affluenza di persone Rom, praticamente zero Sinti visibili come gruppo organizzato, e anche tanti cittadini del paese accorsi per assistere, capire, ascoltare, commentare. Alcuni erano lì con sincero spirito di apertura, altri con curiosità genuina, altri ancora — e si percepiva abbastanza chiaramente — con una disposizione molto meno benevola. In mezzo a tutto questo, avevo anche dei parenti con magliette dedicate al mondo sinto, presenti per dare un segnale di sostegno e partecipazione.

Screenshot

Ed è proprio in questo contesto che si è verificato l’episodio più grave e più rivelatore della serata. Un fatto apparentemente piccolo, quasi ridicolo nella sua origine materiale, ma devastante per quello che ha messo a nudo. Da una sigaretta buttata dentro a un pacchetto vuoto è uscito un pezzetto di carta che è finito a terra. Una sciocchezza, una di quelle cose che in un contesto normale si risolvono in tre secondi con un “guarda, è caduto questo” e finisce lì. Invece no. Una signora presente all’evento ha colto quell’episodio come pretesto per attaccare un giovane che in quel momento era lì a manifestare il proprio sostegno alla comunità.

La frase con cui lo ha colpito è stata già tutto un programma: “Siamo qui per voi”. E lì il ragazzo, con una lucidità che tanti adulti si sognano, ha risposto nel modo più giusto possibile: non esiste nessun “voi”, siamo tutti “noi”. Una risposta semplice, pulita, civile. Una risposta che avrebbe dovuto chiudere la questione sul nascere, perché racchiudeva il vero senso della giornata. E invece no, perché quando il pregiudizio ha deciso di farsi spettacolo, non gli basta mai una frase intelligente per stare zitto.

La signora ha continuato. Ha insistito sul concetto di separazione, sul “noi” e “voi”, sul fatto che “siamo qui per voi e siete maleducati”. A quel punto sono intervenuto anch’io, facendo presente una verità elementare: signora, io sono come lei e lei è come me. Cioè: stiamo parlando di esseri umani, di cittadini, di persone. Ma la risposta è stata ancora più dura e più sconcertante: “Non penso proprio, voi siete diversi e fate queste cose”.

E lì il problema non era più il pezzetto di carta. Non era più il pacchetto. Non era più la sigaretta. Il problema vero, gigantesco, schifosamente evidente, era che quella donna non stava criticando un gesto: stava cercando di usare un gesto per confermare un’idea già pronta nella sua testa. Non le interessava il comportamento individuale. Le interessava trascinare tutto dentro un pregiudizio collettivo. È questa la parte più tossica della storia, perché è così che funziona la discriminazione quotidiana: non ti si giudica per quello che fai, ma per quello che qualcuno ha deciso che rappresenti.

La situazione non si è fermata lì. La signora ha attaccato anche un bambino e una donna, spostando l’aggressività verbale sempre più in là, fino a dirigersi verso il sindaco. Ed è qui che va detto con chiarezza un punto importante. Il sindaco di San Vito al Tagliamento, Alberto Bernava, si è comportato in maniera superiore nel senso più nobile del termine: superiore per stile, per autocontrollo, per intelligenza amministrativa e umana. L’ha accompagnata con calma, ha cercato di stemperare, ha fatto capire che non era il caso di litigare per una cosa del genere. Nessuna scenata, nessuna propaganda, nessuna posa teatrale da politico in cerca di applausi facili. Solo gestione civile di una persona che stava chiaramente tentando di trasformare un momento pubblico in una rissa ideologica.

E anche lì, di nuovo, è arrivata la frase che conta davvero: non c’è un “loro”, siamo tutti “noi”. Questa non è solo una risposta elegante. È il punto esatto in cui si divide chi ha capito cosa significhi amministrare una comunità nel 2026 e chi invece vive ancora con la testa murata in un cortile mentale di decenni fa. Perché o si parte da lì, dalla cancellazione di quel confine malato tra “noi” e “loro”, oppure ogni evento dedicato all’inclusione diventa solo una vetrina fragile pronta a essere sabotata dal primo pregiudizio che passa.

La signora, però, non ha smesso. Ha continuato a protestare, a fare baccano, a dare fastidio durante il discorso e durante il racconto accompagnato dalla musica. In pratica ha tentato di boicottare l’evento con il metodo più vecchio e miserabile del mondo: disturbare, interrompere, sporcare il momento, far pesare la propria ostilità fino a trasformarla in presenza invasiva. E questa è forse la parte più triste della vicenda. Perché non si trattava di uno scontro nato da un problema reale o da una discussione complessa. Si trattava proprio della volontà di impedire a un’iniziativa civile di esistere serenamente.

Ora, c’è anche un altro livello della questione, più scomodo, più delicato, ma che sarebbe ipocrita ignorare. Ed è la riflessione sull’integrazione che emerge osservando quello che accade sul piano culturale, simbolico e visivo. Da una parte c’è un dato che oggi è apparso chiarissimo: i Sinti presenti tra la gente non erano distinguibili dal resto dei cittadini. Nessuna distanza percepibile, nessuna barriera visiva, nessuna separazione immediata. Eppure, nonostante questo, continuano a essere colpiti da accuse, stereotipi e parole diffamatorie. Questo dimostra una cosa fondamentale: il pregiudizio non ha bisogno nemmeno di vedere davvero una differenza per inventarsela.

Dall’altra parte, però, resta una riflessione che nel dibattito pubblico non può essere censurata per paura di sembrare scorretti. Molti dei Rom presenti oggi apparivano legati a un’estetica fortemente tradizionale, con abiti lunghi, veli e un’immagine che agli occhi di una parte della popolazione maggioritaria viene percepita come lontana, quasi ferma in un altro tempo. Dire che questa percezione esiste non significa legittimare il razzismo. Significa riconoscere che l’integrazione, quella vera, è un processo complicato che passa anche attraverso i codici visivi, le abitudini, il modo in cui ci si presenta nello spazio pubblico. Il punto, però, va detto bene: nessuno dovrebbe essere discriminato per come si veste, per la propria cultura o per i propri simboli identitari. Al tempo stesso, è legittimo interrogarsi su quanto i segni esteriori di separatezza possano rendere più difficile, nella pratica quotidiana, il percorso di reciproco riconoscimento.

Questa non può diventare una colpa scaricata addosso alle comunità Rom, come se il peso dell’inclusione dovesse gravare solo su chi è stato storicamente discriminato. Sarebbe una porcata intellettuale bella e buona. Però non si può nemmeno fingere che il tema non esista. L’integrazione funziona davvero quando smette di essere una parola vuota e diventa un movimento doppio: da una parte la società maggioritaria rinuncia ai propri riflessi razzisti, ai suoi automatismi diffidenti, al suo bisogno patologico di trovare il diverso da accusare; dall’altra chi chiede di essere riconosciuto come parte del tessuto comune cerca, quando lo desidera e quando lo ritiene possibile, forme di dialogo che aiutino a ridurre distanze percepite e irrigidimenti culturali.

Il punto decisivo, però, è un altro: nessuna riflessione sull’integrazione può essere usata per giustificare quello che è successo oggi. Nessuna. Perché qui non stiamo parlando di un seminario sociologico o di un confronto accademico sul multiculturalismo. Qui stiamo parlando di una donna che ha scelto deliberatamente di attaccare delle persone durante una giornata dedicata al rispetto. Ha attaccato un giovane, ha attaccato un bambino, ha attaccato una donna, ha insistito nel dividere il mondo in categorie, ha disturbato l’evento, ha cercato di rovinarne il senso. Questo fatto resta grave in sé, senza sconti e senza alibi.

E allora la vera fotografia della serata è questa. Da una parte chi era in piazza per ascoltare, per esserci, per metterci faccia e presenza. Dall’altra chi era lì per fare confusione, per creare attrito, per riaffermare un’idea tossica di società. In mezzo, la risposta migliore è arrivata proprio da chi ha rifiutato il gioco della divisione: il ragazzo che ha detto “siamo tutti noi” e il sindaco che ha ribadito lo stesso concetto con calma, fermezza e dignità. In due frasi, più politica vera di quanta se ne ascolti in mesi interi di comizi e cazzate televisive.

San Vito al Tagliamento oggi ha mostrato una verità che vale ben oltre i suoi confini. Il problema non è che esistano Rom, Sinti, Camminanti o italiani “di paese”. Il problema nasce quando qualcuno decide che l’identità dell’altro sia una colpa, una distanza da marcare, un bersaglio da usare per sentirsi superiore. Finché quel meccanismo resterà acceso, ogni evento dedicato all’inclusione sarà necessario. E finché ci saranno persone pronte a rispondere “non c’è un voi, siamo tutti noi”, allora forse non tutto è perduto.

Perché la civiltà vera non si misura da come trattiamo chi ci somiglia, ma da come guardiamo chi abbiamo imparato troppo in fretta a considerare diverso.

Una comunità diventa davvero matura non quando elimina le differenze, ma quando smette di usarle come pretesto per negare l’umanità degli altri.

Donovan Rossetto
Donny Rox
Donny Roxhttps://www.elcarteldelgaming.com
Gioco per il gusto di spaccare in chill, non per correre dietro ai tryhard. Sono il più forte da console su Rainbow Six Siege, ma non vado in giro a fare il figo. Quando non sto recensendo porcherie che mi fanno venire voglia di spegnere tutto, mi rilasso su Battlefield a fare casino con stile. Se il gioco non mi diverte, lo brucio. Letteralmente.

Ultimi articoli

Related articles