Ruffy and the Riverside recensione di un titolo Pessimo!

Questo gioco si presenta come la solita lettera d’amore ai platformer anni ’90, ma alla fine è più una mail spam da cancellare in fretta, prima che ti venga voglia di lanciare il controller nel camino.

Una meccanica creativa buttata nel cesso

Il gioco si fonda tutto su un’idea fighissima: puoi “copiare e incollare” le texture dell’ambiente per trasformare le cose. Lava in ghiaccio, pareti in rampicanti, insomma il potere del copia e incolla come se fossi in Photoshop. Sulla carta è una figata. Peccato che venga usata in maniera più banale di un quiz scolastico.

I puzzle sono da encefalogramma piatto, le trasformazioni servono solo a superare ostacoli da livello tutorial e, soprattutto, il tutto diventa ripetitivo nel giro di mezz’ora. Una meccanica così originale merita di essere spremuta, invece qui è solo uno sfondo carino per far vedere che “oh guarda quanto siamo creativi”.

Il platforming è una fiera dell’imprecisione

I controlli non rispondono con la precisione che ci si aspetta da un gioco basato sul salto e sul tempismo. Il movimento è scivoloso, le collisioni non sempre leggono bene le superfici e la fotocamera sembra guidata da uno stagista ubriaco. Ci sono momenti in cui il salto è millimetrico, ma la visuale ti gioca contro, rendendo il tutto frustrante in un modo che nemmeno Dark Souls dopo tre Red Bull.

Grafica da cartolina… stropicciata

Lo stile artistico è chiaramente ispirato ai giochi N64 con un tocco cartoon fatto a mano. Il problema è che sembra di guardare un cartone animato anni ’90 salvato male in bassa qualità. Gli ambienti sono colorati, sì, ma anche piatti e privi di profondità. Gli effetti di luce fanno il minimo sindacale e la varietà visiva è quasi nulla: cambi regione ma l’impressione è sempre quella di vedere la stessa texture rigirata.

Una colonna sonora che vorresti mutare

La musica cerca di darti energia, ti spinge a sorridere con toni funk, beat allegri e temi rilassati. Dopo 10 minuti vuoi solo abbassare il volume. È ripetitiva, non evolve mai e si incastra in loop mentali che rasentano la tortura. E il protagonista, Ruffy, parla troppo. Fa versi a caso ogni cinque secondi. Ogni salto, ogni azione, ogni respiro… un “OH!” o “YEAH!” che ti fa salire la voglia di silenzio assoluto.

Personaggi dimenticabili e storia da libro delle elementari

Pip l’ape, Sir Eddler il topo, Silja la tartaruga… sembrano scarti di un brainstorming alle elementari. Sono messi lì, ti parlano, ti danno quest… e scompaiono dalla memoria nel tempo che impieghi a finire la frase. La narrazione è banale, scritta con lo stampino. Nessuna sorpresa, nessuna emozione, zero impatto.

Recensione finale:

Il mondo indie è pieno di perle: giochi piccoli che spaccano il mercato con idee brillanti e cuore. Ruffy and the Riverside non è uno di questi. È un gioco che vuole essere strano e adorabile, ma riesce solo a essere dimenticabile. L’ironia forzata, l’estetica giocattolosa e la meccanica creativa usata col freno a mano rendono l’esperienza noiosa dopo un’ora.

Anche i collezionabili, che dovrebbero invogliare l’esplorazione, sembrano messi lì per allungare il brodo. Farfalle, stelle, pietre da sogno… nomi carini per giustificare un backtracking inutile e ambienti che ti fanno sbadigliare al secondo giro.


Ruffy and the Riverside è il tipico gioco che parte con un trailer simpatico, ti promette un’avventura stravagante, e poi si sgonfia come un palloncino bucato appena tocchi il pad. Un’esperienza che fa il minimo sindacale, mascherata da qualcosa di fresco. Ma tolti i colori, resta solo la noia.

Sicarios, voi vi fareste fregare da questa cartolina fallita? O anche voi ormai sentite la puzza lontano un chilometro quando l’indie sembra troppo “carino”?

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