Ok raga, ci siamo. Dopo millemila film sugli Avengers e un universo Marvel che ha perso più pezzi di una bici rubata, ecco che arriva ‘sto fottuto Thunderbolts a rimettere un po’ di ordine nel bordello
Non parliamo dei soliti eroi fighetti. Qua parliamo delle spalle. Dei personaggi che sembravano messi lì solo per fare numero… e che adesso si prendono il cazzo di centro del palco.
Loro sono i Robin della Marvel. Gente incasinata, piena di traumi e senza quel senso dell’eroismo pulito da poster. Ma sono proprio loro che ci faranno schiantare dal ridere, gasare come bastardi e – magari – commuovere pure.
A guidare la baracca c’è Yelena Belova, sorella della Vedova Nera, che prende tutto con quella sua ironia da stronza disillusa. È una macchina da guerra con la lingua più tagliente delle lame che usa. Ma non è sola.
Accanto a Yelena troviamo un gruppetto di teste di cazzo formato da gente che ha più scheletri nell’armadio di una puntata di CSI.
C’è U.S. Agent, la versione discount di Capitan America, ma con meno cervello e più complessi. Il suo scudo lo lancia, sì, ma a volte pare lo usi più per sfogare la rabbia repressa che per fare il giusto. Ha la faccia da bravo soldatino, ma dentro è un casino nucleare di ego, frustrazione e voglia di dimostrare qualcosa che nessuno gli ha chiesto.

Poi c’è Red Guardian, il padre scemo ma tamarro di Yelena. Lui è tipo il Capitano Russia in versione boomer sovrappeso: mena forte, parla tanto e si crede ancora un figo nonostante gli addominali siano ormai un lontano ricordo. Ma dai, lo ami proprio per quello. È l’unico a tenere insieme la baracca con due cazzate ben piazzate e un paio di pugni che spaccano le ossa.
In mezzo a ‘sto delirio c’è pure Ghost, la tipa che svanisce e riappare come il Wi-Fi nelle case in cemento armato. È instabile, incazzata col mondo e sempre sul filo tra “ti aiuto” e “ti trapano”. Fa il lavoro sporco, quello che gli Avengers avrebbero evitato come la peste.
E occhio, perché dietro tutto questo circo c’è Valentina Allegra de Fontaine, la stronza con la puzza sotto al naso che sta muovendo i fili. È una specie di Nick Fury bastarda e senza etica, che sa tutto, prevede tutto e se ne sbatte della morale. Se c’è una che tira le fila, è lei.
Insomma, una squadra che sembra uscita da un manicomio durante lo sconto del Black Friday, ma che – proprio per questo – funziona. E cazzo se funziona.
Il film non è perfetto, ma manco lo deve essere
No, Thunderbolts non ha l’epicità di Infinity War né il dramma cosmico di Eternals. Ma chi se ne frega. Questo film sta in piedi proprio perché è più piccolo, più umano, più sporco. I personaggi non salvano il mondo con frasi da calendario, ma con botte, errori e fragilità. E in mezzo a tutto ‘sto casino… ti ci rivedi.
Non sono dei salvatori. Sono gente rotta che prova a fare qualcosa di giusto. E ti fa venire voglia di tifare per loro, porca miseria. Perché non sono dei semidei col mantello, ma pezzi di carne che hanno sbagliato tutto… e che ora vogliono rimediare.

La Marvel si sta svegliando
Sì, porco universo cinematografico, la Marvel si sta riprendendo. Lo dico dopo aver letto venti cazzo di recensioni internazionali che più diverse non si può: c’è chi ha amato, chi ha odiato, chi ha rosicato. Ma tutti concordano su una roba: questo film è un segnale. Un calcio nei denti al marasma di CGI inutile e battutine fuori luogo degli ultimi anni.
Thunderbolts non è il solito carrozzone. È più terra terra, più crudo, più diretto. Ti fa capire che per essere un eroe non servono i raggi gamma, basta non arrendersi al proprio schifo.
Il ritmo non sempre è perfetto, ci sono scene un po’ piatte, qualche momento che pare scritto in fretta. Ma quando funziona, funziona da Dio. Anzi no… funziona da disperati, ed è proprio per questo che ci piace.
Perché cazzo, sono umani. Non sono lì a fare i fighi, non si credono invincibili. Fanno errori, piangono, sbagliano tutto e ci riprovano. Sono falliti che lottano. Non sono Iron Man col sarcasmo fighetto. Sono stronzi col cuore, ed è proprio questo che ci fa affezionare.
E forse, alla fine dei giochi, è questo che serve alla Marvel: smetterla di fare film su dei cazzo di modelli irraggiungibili e raccontare storie di gente che, anche se ha perso tutto, prova a fare qualcosa di giusto.
Thunderbolts è l’inizio del piano B della Marvel. Ma forse è anche l’unico piano che ci serviva.

ALLERTA SPOILER – THUNDERBOLTS SPIEGAZIONE FINALE
Nel finale di Thunderbolts, la tensione arriva al limite. Il team si trova costretto ad affrontare il vero errore del sistema: Sentry. Non un nemico esterno, ma una bomba a orologeria creata dallo stesso governo che li ha riuniti.
Sentry, al secolo Bob Reynolds, è un ex tossico trasformato in arma umana.
Ma quando la sua mente cede e si trasforma nel Void, la parte oscura e incontrollabile del suo potere, il film abbandona il tono da commedia d’azione per sprofondare in qualcosa di più cupo. Il mondo rischia di essere divorato dall’oscurità – letteralmente. Ma non sono gli scudi o le pistole a fermarlo. È Yelena, che riesce a entrare nel caos mentale di Bob e a parlargli da essere umano a essere umano.
Non lo combatte: lo ascolta, lo capisce, lo abbraccia con parole e presenza. Questo gesto manda a puttane ogni stereotipo da blockbuster e ribadisce cosa sono davvero questi Thunderbolts: non supereroi, ma persone rotte che scelgono di non spezzare gli altri.
Il team, dopo un ultimo scontro incasinato ma pieno di cuore, riesce a salvare Bob dal baratro. Ma il prezzo è altissimo: i Thunderbolts capiscono di essere pedine sacrificabili. E lo capiscono nel modo più brutale, vedendo Valentina pronta a coprire tutto, a mentire, a farli sparire pur di proteggere l’immagine pubblica.
Ma stavolta non si fanno fregare. La scena si chiude con loro che decidono di sparire nel nulla, non per codardia, ma per restare liberi. Non eroi ufficiali, non burattini. Gente vera, libera e pericolosa.

Marvel Cinematic Universe e Fantastici 4?
Appena finito il film e sparato via il logo Marvel, parte la scena post-credit. E qui, fratello, cambia tutto. Nessuna roba mistica, niente entità spaziali con nomi da calendario Maya. Qui si parla di ritorno a casa. La scena inizia con una scritta secca: “14 mesi dopo”. Siamo dentro la nuova Avengers Tower, rifatta, lucidata, pronta a tornare operativa, cazzo!
Ma non è la solita banda a comandare. Sono i New Avengers, ovvero gli ex Thunderbolts ripuliti – più o meno – che stanno tentando di fare le cose in modo “ufficiale”.
C’è tensione. Sam Wilson (che sì, adesso è Cap ufficiale) sta discutendo con loro su chi cazzo abbia il diritto di usare il nome “Avengers”. Sembra quasi una di quelle litigate tra band musicali su chi può ancora usare il nome storico dopo lo scioglimento. Tutti col muso lungo, tutti convinti di avere ragione. Ma proprio mentre la situazione si sta per surriscaldare… un allarme interrompe tutto.
Arriva una trasmissione dallo spazio. Una nave è entrata nell’atmosfera senza autorizzazione. Sullo schermo compare un dettaglio che fa impazzire tutti: un gigantesco numero 4 inciso sulla scocca dell’astronave. Nessun dubbio: sono loro. I Fantastici 4 stanno arrivando. Nessuna parola, nessun volto. Solo quella cazzo di cifra che pesa come un pugno nello stomaco. E poi buio.
Fine. Ma stavolta quella fine ha un retrogusto diverso. Perché non è solo l’inizio di un nuovo film. È l’inizio di una nuova era. E se questo è l’antipasto… il piatto principale promette di farci saltare per aria.

Recensione finale – Un film che non lecca il culo a nessuno
Thunderbolts è una botta d’aria fresca in mezzo a tutta la merda plastificata che ci ha lanciato la Marvel negli ultimi anni. È sporco, incasinato, umano. Non cerca di sembrare un capolavoro, e forse proprio per questo funziona. Ho apprezzato tantissimo il modo in cui i personaggi vengono trattati non come pupazzi perfetti, ma come esseri umani pieni di crepe. Finalmente qualcuno che cade, sbaglia, si rialza e non ha paura di mostrare il sangue sotto la maschera.
Yelena è una fottuta regina. Red Guardian è adorabile nella sua stupidità. Ghost e U.S. Agent fanno quello che devono, e lo fanno bene. Ma Taskmaster? Porca troia. Se c’è una cosa che proprio non ho apprezzato, è che l’abbiano fatta fuori quasi subito. Aveva un potenziale immenso, e invece puff, via come un extra qualsiasi. Scelta di merda. Punto.
Anche il ritmo, in alcuni momenti, crolla un po’ come le mutande dopo sei birre. Alcune scene sembrano infilate a forza, e l’umorismo, per quanto ben dosato, ogni tanto sembra voler coprire dei buchi narrativi piuttosto che fare davvero ridere. Però il cuore c’è, e si sente. Non è un film per chi cerca effetti speciali da sturbo ogni tre minuti, ma per chi vuole vedere gente incasinata cercare di fare la cosa giusta. E farlo col pugno stretto e la faccia incazzata.
Non è perfetto, ma è vero. E dopo tanta fuffa, cazzo se ne avevamo bisogno.
