GAME OVER PER I DISCHI? A GameStop non frega un cazzo: ormai vende solo Funko Pop e Pokémon

Chi lo avrebbe mai detto che la catena di negozi che ha cresciuto generazioni di videogiocatori a pane, custodie di plastica e valutazioni dell’usato da usura avrebbe un giorno risposto con un “Non me ne importa niente” alla fine dei giochi su disco?

Eppure, le parole del CEO di GameStop, Ryan Cohen, rilasciate in un’intervista a Bloomberg, lasciano poco spazio alle interpretazioni: per l’azienda, il destino del mercato fisico dei videogiochi è diventato “totalmente irrilevante”.

Mentre i distributori di tutto il mondo tremano perché Sony e Microsoft spingono verso un futuro solo digitale, il boss di GameStop sbadiglia. Ma com’è possibile che il tempio del gaming stia voltando le spalle al suo primo amore? Semplice: i videogiochi, nella sua azienda, non contano più un cazzo.

I numeri del sorpasso: Meno pixel, più plastica (e speculazione)

Se pensate che GameStop viva ancora di preorder e di copie fisiche di Call of Duty, siete rimasti indietro di un decennio. I dati finanziari dell’azienda fotografano una metamorfosi radicale che spiega perfettamente il menefreghismo di Cohen. Quello che una volta era un negozio di software è oggi, a tutti gli effetti, un emporio di cianfrusaglie nerd e carte da gioco:

  • 18%: La quota del fatturato totale generata dalle vendite di videogiochi. Sì, meno di un quinto.
  • 41%: La quota del fatturato generata da carte collezionabili, giocattoli e Funko Pop.

In pratica, per ogni copia cartacea di un gioco venduta, la catena incassa il triplo piazzando bustine di Pokémon, action figure e pupazzi di vinile con la testa enorme. Se domani Sony decidesse di bandire i lettori di dischi dalla faccia della Terra, a Cohen non verrebbe nemmeno un capello bianco (anche perché non ne ha molti).

L’ossessione per eBay e il clamoroso “chissenefrega” su GTA 6

Le ambizioni di trasformazione dell’amministratore delegato si spingono ben oltre gli scaffali dei negozi fisici. Cohen ha infatti messo sul piatto ben 55 miliardi di dollari nel tentativo di acquisire eBay, il gigante delle aste online. L’offerta è stata rispedita al mittente con tante grazie, ma il messaggio è chiaro: GameStop vuole diventare il re dei mercatini dell’usato e del collezionismo globale, non il paradiso dei gamer.

Questa transizione spiega anche il totale e quasi comico disinteresse dei vertici per i destini dell’industria. Quando il giornalista di Bloomberg ha provato a metterlo alle strette, chiedendogli cosa ne pensasse del fatto che persino un colosso attesissimo come GTA 6 potrebbe arrivare nei negozi con un misero codice digitale dentro la custodia di plastica, Cohen ha tagliato corto con una risposta da antologia del cinismo aziendale:

“Voglio tornare indietro e parlare di eBay.”

Traduzione non ufficiale: “Non me ne frega una beneamata ceppa di Trevor, Michael o dei codici di riscatto, io voglio vendere le carte di Charizard vintage”.

Un futuro meramente simbolico: il re è morto, viva i pupazzetti

Mentre le catene minori e i negozi indipendenti affogano nella transizione digitale imposta dai produttori di console, GameStop ha già trovato la sua scialuppa di salvataggio fatta di plastica e nostalgia.

Finché la febbre delle carte collezionabili e dei gadget manterrà questi ritmi di crescita, il reparto dei videogiochi all’interno dei negozi è destinato a ridursi sempre di più, fino a diventare un elemento puramente nostalgico. Entreremo da GameStop per comprare un tostapane a forma di PlayStation o un Funko Pop di Kratos, mentre i giochi veri li scaricheremo da casa in cinque minuti.

Il vecchio GameStop è ufficialmente morto. Preparatevi a dare il benvenuto al vostro nuovo paradiso dei nerd accumulatori seriali.