Siamo nel 2026. Voliamo su marte (quasi), l’intelligenza artificiale ci scrive i temi per la scuola e fa le dichiarazioni dei redditi al posto nostro, eppure ci ritroviamo ancora qui a discutere se sia meglio comprare un videogioco in digitale o andarsi a pigliare il dischetto di plastica al negozio.
Diciamolo chiaramente, senza girarci troppo intorno: il formato fisico ha ufficialmente rotto le palle.
Continuare a stampare, confezionare e spedire pezzetti di policarbonato nel 2026 non è feticismo vintage, è semplicemente un crimine ecologico mascherato da nostalgia. Per fare cosa, poi? Per soddisfare due categorie umane che meriterebbero un DASPO dalla modernità:
- I 4 fanatici del disco, quelli che “eh ma io devo toccare la copertina, devo sentire l’odore della plastica appena aperta”. Amico mio, se quello che vuoi sentire è l’odore del petrolio raffinato, va’ a fare benzina al distributore e risparmiaci il tuo romanticismo da quattro soldi.
- I 4 barboni pezzenti, quelli che comprano il gioco al Day One, lo finiscono in tre giorni sparandosi 18 ore di fila senza lavarsi, e poi corrono subito su Vinted o Subito.it a rivenderlo per recuperare 40 euro. Se devi fare la cresta su 30 euro di differenza per permetterti un hobby, magari passa alle bocce.
Un’ecocida catena del valore
Analizziamo un secondo la follia della filiera fisica.
Prima devi estrarre il petrolio per fare la custodia di plastica e la scatola. Poi devi stampare il disco. Poi devi impacchettare tutto con un altro strato di plastica trasparente. Poi metti i giochi dentro scatoli di cartone, li carichi su un TIR a gasolio che attraversa mezza Europa vomitando CO2 direttamente nei polmoni delle marmotte, per poi farli arrivare in un magazzino dove un furgoncino Amazon parte per portartelo a casa.
E tutto questo… per scaricare comunque una patch da 80 Gigabyte al primo avvio!

Perché ormai lo sanno pure i sassi: dentro quei dischi non c’è più un cazzo. Il disco fisico oggi è praticamente un floppy disk glorificato con sopra una chiave di licenza glorificata. Inserisci il disco e la console dice: “Bravo cretino, ora ti scarico il gioco vero dal server”. Allora a che minchia serve la custodia sullo scaffale? A prendere la polvere e a occupare spazio mentre la tua ragazza ti minaccia di buttarti via tutto?
Il digitale è il futuro (se solo l’Italia stesse al passo)
Il digitale è superiore sotto ogni punto di vista logico: premi “Acquista”, parte il download, giochi. Niente resse fuori dai negozi, niente corrieri che ti lanciano il pacco sopra il cancello spaccandolo in due, zero impatto ambientale, zero plastica buttata nel cesso.
C’è solo un piccolo, tragico, ridicolo problema.
Siamo in Italia. Un Paese che ai tempi dell’Antica Roma costruiva acquedotti colossali, strade dritte che durano da duemila anni e fognature che funzionano ancora oggi, ma che nel 2026 riesce ad avere una rete internet che fa piangere pure i piccioni viaggiatori.
Abbiamo ancora zone dove se scarichi una patch ti si spegne la luce in casa, e altre dove la “fibra” è in realtà un filo di rame arrugginito fatto passare dentro un tubo di gomma rosicchiato dai topi. È grottesco che nel 2026 l’unica vera barriera tra noi e il futuro sia il fatto che per scaricare 100 GB in certi paesi devi accendere un cero alla Madonna e sperare che non piova, altrimenti la connessione salta per l’umidità.
La morale della favola
Bisogna smetterla di giustificare l’inquinamento sistemico per far felici quattro feticisti del cartoncino e una manciata di tirchi. Il futuro è il digitale, punto e basta. E per quanto riguarda le nostre infrastrutture internet… beh, sarebbe anche ora che qualcuno stacchi la spina al rame romano e ci porti direttamente nel XXI secolo.
Meno dischi, più banda. E soprattutto, basta rompere i coglioni con la plastica.

