Il ritorno di Ryo Saeba tra nostalgia, azione e qualche limite di troppo
Prima di iniziare la recensione è giusto fare una precisazione: City Hunter non è un gioco nuovo. Il titolo originale debuttò il 2 marzo 1990 su PC Engine, sviluppato da Sunsoft e distribuito esclusivamente in Giappone. Per ben 35 anni è rimasto l’unico videogioco ufficiale dedicato a Ryo Saeba, diventando una vera rarità per collezionisti e appassionati. Solo nel 2026 questa versione è finalmente arrivata in tutto il mondo su Nintendo Switch 2, Nintendo Switch, PlayStation 5 e PC, permettendo anche ai giocatori occidentali di scoprire questo piccolo pezzo di storia dei videogiochi.
La storia di City Hunter
La storia di City Hunter ci mette nei panni di Ryo Saeba, il celebre “Cleaner” di Tokyo, un investigatore privato e mercenario che accetta incarichi per proteggere clienti in pericolo, fermare organizzazioni criminali e risolvere casi apparentemente impossibili. Al suo fianco c’è l’inseparabile Kaori Makimura, partner fidata che, oltre ad assisterlo nelle missioni, è costretta a tenerlo a bada ogni volta che il suo carattere da eterno conquistatore prende il sopravvento.
L’avventura si sviluppa attraverso una serie di missioni in cui Ryo dovrà affrontare criminali armati, boss e numerosi ostacoli, fino a sventare i piani di una pericolosa organizzazione malavitosa. La narrazione è volutamente semplice e lineare, proprio perché il gioco nasce nei primi anni ’90, un periodo in cui la trama aveva principalmente il compito di accompagnare il giocatore da un livello all’altro.

Nonostante ciò, il titolo riesce a ricreare perfettamente l’atmosfera dell’anime e del manga di Tsukasa Hojo. L’ironia, le situazioni comiche, i dialoghi tra Ryo e Kaori e l’alternanza tra momenti seri e scene più leggere sono rimasti fedeli all’opera originale, regalando ai fan un piacevole tuffo nel passato.
Chi conosce già City Hunter si sentirà subito a casa, ritrovando personaggi iconici e un’ambientazione che ha fatto la storia degli anime anni ’80 e ’90. Chi invece si avvicina per la prima volta alla serie troverà una storia piacevole, ma inevitabilmente meno profonda e cinematografica rispetto agli standard a cui ci hanno abituato i videogiochi moderni.
Gameplay, modalità, longevità e comandi
Appena si prende il controller in mano ci si rende subito conto di una cosa: City Hunter è un gioco del 1990 sotto ogni aspetto. La remaster aggiunge alcune comodità moderne, ma il gameplay è rimasto praticamente identico all’originale, nel bene e nel male.
Si tratta di un action platform a scorrimento laterale in cui controlleremo Ryo Saeba attraverso diversi livelli pieni di nemici armati, piattaforme, trappole e boss. Durante l’avventura potremo utilizzare principalmente la fidata pistola di Ryo, eliminando i nemici a distanza mentre ci muoviamo tra ascensori, scale, edifici e ambientazioni urbane. Non manca qualche piccolo elemento esplorativo, con percorsi alternativi e oggetti nascosti, ma il fulcro dell’esperienza resta l’azione.
I combattimenti sono semplici e immediati. La risposta ai comandi è buona e precisa, ma le meccaniche mostrano inevitabilmente il peso degli anni. L’intelligenza artificiale dei nemici è piuttosto basilare e molte situazioni tendono a ripetersi, rendendo il gameplay meno vario rispetto agli standard moderni.
Dal punto di vista delle modalità, non aspettatevi contenuti extra o una lunga lista di opzioni. È presente esclusivamente la campagna principale, proprio come nel gioco originale. La remaster introduce però alcune funzioni molto gradite, come i salvataggi rapidi in qualsiasi momento, la possibilità di riavvolgere il tempo per correggere un errore, filtri grafici che simulano i vecchi televisori CRT, galleria di immagini e varie impostazioni dedicate ai nostalgici.
Anche la longevità rispecchia quella dei giochi dell’epoca. Un giocatore esperto può arrivare ai titoli di coda in circa 2-3 ore, mentre chi affronta il gioco per la prima volta potrebbe impiegare qualcosa in più a causa della difficoltà piuttosto elevata e di alcuni livelli poco intuitivi. Non esistono modalità New Game+, contenuti post-game o incentivi particolari per una seconda partita, se non il piacere di migliorare le proprie prestazioni.

I comandi sono estremamente semplici da imparare: movimento, salto, sparo e poche altre azioni permettono di entrare subito nel vivo dell’azione. La semplicità rende il gioco accessibile, ma allo stesso tempo limita la profondità del gameplay, che oggi appare inevitabilmente essenziale.
Nel complesso, City Hunter offre un gameplay ancora divertente per chi ama i classici arcade, ma è impossibile ignorare quanto alcune meccaniche siano rimaste ancorate ai primi anni ’90. Le nuove funzioni della remaster migliorano sensibilmente l’esperienza, senza però riuscire a nascondere un gameplay che sente il peso dei suoi 35 anni.
Recensione del Cartel
Ci sono due modi per affrontare City Hunter. Il primo è quello del fan sfegatato dell’anime e del manga, pronto a perdonare qualsiasi difetto pur di rivedere Ryo Saeba in azione. Il secondo è quello del videogiocatore moderno, che giudica il titolo per quello che offre oggi. Ed è proprio qui che iniziano i problemi.
Partiamo da una cosa positiva: questa remaster non cerca di prendere in giro nessuno. Non vende un remake, non promette rivoluzioni e non stravolge l’originale. È semplicemente il gioco del 1990 con qualche comodità moderna. Il problema è che… resta il gioco del 1990.
Dopo pochi minuti ci si accorge che il gameplay è estremamente ripetitivo. Si avanza, si spara, si salta, si eliminano nemici che sembrano aver frequentato la stessa scuola di mira delle guardie di un vecchio film d’azione e si continua fino al boss successivo. Per chi è cresciuto con questi titoli può anche avere un certo fascino, ma per tutti gli altri il rischio di annoiarsi arriva molto prima dei titoli di coda.
Anche il level design mostra parecchie rughe. Alcuni livelli sono poco intuitivi, capita di vagare senza capire dove andare e in diversi momenti la difficoltà non deriva dalla bravura del giocatore, ma semplicemente da scelte di game design che oggi sarebbero considerate piuttosto discutibili. Fortunatamente i salvataggi rapidi e il rewind evitano di trasformare l’esperienza in una sessione di autocontrollo degna di un monaco tibetano.
La grafica, invece, è probabilmente l’aspetto riuscito meglio. Gli sprite mantengono il fascino originale e la pulizia dell’immagine rende il tutto piacevole da vedere senza snaturare lo stile dell’epoca. Anche la colonna sonora svolge bene il suo lavoro e contribuisce a ricreare quell’atmosfera tipicamente anni ’90 che farà sorridere gli appassionati.
Dove il gioco convince meno è nel rapporto qualità-prezzo. La campagna si conclude in poche ore, non esistono vere modalità aggiuntive e, una volta arrivati ai titoli di coda, c’è ben poco che invogli a ricominciare. È uno di quei titoli che probabilmente finiranno installati, completati in un pomeriggio e poi lasciati a prendere polvere nella libreria digitale.
Insomma, City Hunter è un’operazione nostalgia fatta con rispetto, ma anche con pochissimo coraggio. Gli sviluppatori hanno preferito conservare ogni pregio… e ogni difetto del gioco originale. I fan storici probabilmente chiuderanno un occhio davanti a molte limitazioni, mentre chi non ha alcun legame con Ryo Saeba rischia di chiedersi, dopo un paio d’ore: “Tutto qui?”
Alla fine la sensazione è quella di aver visitato un museo dei videogiochi. È bello, interessante, ricco di storia… ma dopo aver fatto il giro difficilmente si sente il bisogno di rientrare subito. E forse è proprio questo il limite più grande di City Hunter: si lascia giocare con piacere, ma fatica davvero a lasciare il segno nel 2026.


