Quello che una volta era un innocuo hobby per appassionati di fumetti, anime e videogiochi si è trasformato, in troppi casi, in un ecosistema tossico.
Chi guarda il mondo del cosplay dall’esterno vede solo colori, creatività e ragazzi che sorridono ai flash dei fotografi durante le fiere. Ma basta grattare via lo strato di trucco e plastica colorata per scoprire una realtà ben diversa: una sottocultura segnata da un fanatismo cieco, una competitività feroce che sfocia nella violenza psicologica e una deriva feticista che rasenta il grottesco.
Il club dell’odio: fanatismo e cyberbullismo
Nato come celebrazione della fantasia, il cosplay è oggi ostaggio del “gatekeeping” più becero. Molti frequentatori di questo ambiente si comportano come guardiani di un dogma sacro: se il tuo costume non è costato migliaia di euro, se non lo hai cucito da solo o, peggio ancora, se la tua forma fisica o il colore della tua pelle non rispecchiano al millimetro il personaggio originale, diventi un bersaglio.
Il livello di violenza verbale e psicologica che si consuma sui social (da TikTok a Instagram, fino ai forum dedicati) è sconcertante. I principianti vengono sistematicamente umiliati da branchi di utenti che si nascondono dietro uno schermo, pronti a distruggere l’autostima di chiunque non soddisfi i loro standard d’élite. Quella che doveva essere una community inclusiva si è trasformata in un tribunale spietato.
Una guerra di numeri e sabotaggi
La competitività all’interno di questo mondo ha superato i confini del buonsenso. L’avvento dei social network ha esasperato l’ossessione per i follower, i “like” e la monetizzazione. Il cosplay non è più un omaggio a un personaggio, ma una corsa disperata alla validazione e al denaro.
Dietro le quinte delle gare ufficiali o nella gestione delle pagine social, l’atmosfera è spesso satura di gelosia e risentimento. Non mancano storie di sabotaggi fisici ai costumi dei rivali prima di salire sul palco, campagne di diffamazione orchestrate ad arte per distruggere la reputazione di un concorrente e insulti pesanti mascherati da critiche costruttive. Un ambiente lavorativo tossico travestito da gioco per ragazzi.
Dal cosplay al mercato del feticismo: la deriva del “Feet Juice”

Il punto di rottura più evidente – e inquietante – di questa cultura è però la sua progressiva e incontrollata iper-sessualizzazione. Con la nascita e la diffusione di piattaforme di monetizzazione diretta come OnlyFans, il confine tra l’interpretazione di un personaggio e l’industria per adulti si è completamente azzerato. Personaggi amati da bambini e adolescenti vengono regolarmente utilizzati come esche commerciali per vendere contenuti espliciti.
Ma c’è di peggio. Pur di monetizzare l’ossessione dei propri fan, si è assistito alla normalizzazione di vere e proprie assurdità igieniche e morali. Parliamo di trend grotteschi come la vendita della bathwater (l’acqua usata per lavarsi) o, ancora peggio, del fenomeno del feet juice: l’acqua utilizzata per lavare i piedi dei cosplayer, imbottigliata e venduta a cifre folli a seguaci disposti a berla o conservarla.
Questa mercificazione di liquidi corporei e feticismi estremi mostra il vero volto di una deriva commerciale che ha perso qualsiasi senso del limite e della decenza, riducendo l’arte del travestimento a un pretesto per alimentare perversioni a pagamento.
Conclusioni: una cultura da rifondare
Il cosplay ha smesso di essere un rifugio per la fantasia ed è diventato, in larghissima parte, una fiera dell’esibizionismo, della speculazione economica e dell’ostilità. Quando l’ossessione per il denaro e per il successo personale calpesta il rispetto reciproco e il decoro, l’intero movimento perde il diritto di definirsi “un gioco”. Se questa community vuole davvero salvarsi, deve iniziare a guardarsi allo specchio, struccarsi e fare i conti con i propri mostri.
Un costume può nascondere un volto, ma non può nascondere i problemi di una community.
Donovan Rossetto

