Final Destination: Bloodlines spiega finalmente due robe che ci stavano friggendo il cervello

Il nuovo capitolo è una figata assurda, ma due twist hanno fatto impazzire i fan: ecco cosa cazzo succede davvero

Te lo dico subito: Final Destination: Bloodlines è il film più incasinato, divertente e bastardo che abbiano mai tirato fuori da quel franchise dove la Morte fa la stronza creativa con più fantasia di un tiktoker depresso sotto acidi. E no, non sto esagerando: ha sbancato tutto, ha asfaltato i film precedenti, e soprattutto ha fatto venire un’erezione mentale ai fan della saga, me compreso.

Dietro a questa bomba ci stanno due pazzi geniali: Zach Lipovsky e Adam B. Stein, già noti per Freaks. I due hanno preso la formula della saga – cioè gente che scampa alla morte per poi morire come dei coglioni in modi creativi – e l’hanno evoluta con un twist da infarto: questa volta non muore solo chi ha scampato l’incidente iniziale, ma anche i figli e i cazzo di nipoti. Sì, perché la Morte qui ha deciso che vendetta e genealogia vanno a braccetto.

La nonna che doveva crepare, ma ha fatto figli e rovinato tutto

La storia parte da lontano, tipo nel 1968, con una tipa di nome Iris che durante l’inaugurazione di un ristorante su un grattacielo ha la classica premonizione alla Final Destination Style™: il palazzo crolla, tutti schiattano, ma lei salva il culo a un po’ di gente. Tra cui se stessa, il moroso e pure il feto che aveva in pancia. Una roba da film… ah già, è un film.

Grazie a questo salvataggio, Iris campa per decenni e sforna due figli: Howard e Darlene. I quali a loro volta generano la solita manica di figli che nessuno riesce a memorizzare (tipo Erik, Julia, Bobby, Charlie, Stefani). Ma col passare degli anni Iris diventa la classica vecchia pazza paranoica che continua a vedere la Morte ovunque: maniglie delle porte, gatti neri, biscotti della fortuna. Tutti la mandano affanculo e lei resta sola a coltivare il suo hobby preferito: non crepare.

Stefani e la fottuta eredità di sangue

Il film ci butta ai giorni nostri, con la protagonista Stefani, una studentessa con l’occhio spento e le visioni che fanno tremare le mutande. Comincia a capire che c’è qualcosa che non quadra, e scavando nella sua discendenza si riavvicina alla nonna Iris, che ormai è diventata tipo Doomsday Prepper versione horror.

La regola è sempre la stessa: la Morte segue un ordine. Ma stavolta, siccome Iris ha tirato avanti troppo a lungo, la Morte bussa alle porte dei suoi figli e nipoti. Primo a crepare è Howard. Poi tocca a Erik, il figlio maggiore. E qui parte il bordello.

Erik non è figlio di Howard… ma muore lo stesso. Ma che cazzo?

C’è una scena nel negozio di tatuaggi dove Erik sta per crepare male: vetri che volano, fiamme, aria di funerale imminente. Ma ne esce quasi illeso grazie a una giacca di pelle più potente del kevlar di Batman. Uno dice: “Ok, la Morte si è rotta le palle, lo lascia in pace”. E invece no.

Colpo di scena: Erik non è figlio di Howard, ma di un tizio saltato fuori da una scappatella della madre. Quindi tecnicamente non fa parte della stirpe di Iris. Eppure la Morte torna a rompergli il cazzo e lo uccide lo stesso, in una scena da far impallidire i creatori di Saw.

I fan sono impazziti: “Ma perché lo fa fuori se non c’entra un cazzo con la maledizione familiare?!”

Risposta ufficiale: la Morte è una stronza bastarda

Lipovsky e Stein hanno risposto a modo loro: “Quando scherzi con la Morte, le cose si incasinano”. Tradotto: la Morte non è un algoritmo di Google. È più una ex tossica gelosa con la passione per i giochi mentali. Non ti fidi? Chiedi a Bludworth, il becchino immortale interpretato da Tony Todd (quello di Candyman), che con la sua voce da “sono già morto 15 volte” ti spiega tutto.

Il problema è che Erik ha provato a fregare la Morte per salvare suo fratello Bobby, facendo una mossa alla Grey’s Anatomy: lo manda in arresto cardiaco temporaneo per saltare il turno nella lista delle vittime. Un po’ come dire: “Vabbè Morte, prenditi una pausa, poi ci risentiamo”.

Ma la Morte non è una che accetta i trucchetti. Ti marca stretto, ti tiene d’occhio, e appena può ti spezza in due. Come con Erik. Prima lo prende in giro, lo lascia sopravvivere al tattoo shop, poi gli fa saltare il culo in aria con una combo di eventi da “Rube Goldberg su LSD”.

La Morte come pescatore sadico

I registi hanno pure detto che la Morte ha un senso dell’umorismo tutto suo. Tipo un pescatore bastardo che tira su un pesce, se lo guarda, lo ributta in acqua, poi lo prende a sassate. Quello è il mood.

Il film gioca esattamente su questo: da una parte ridi come uno scemo per la creatività dei decessi, dall’altra ti scende una lacrimuccia per i personaggi. Perché stavolta, non sono solo ragazzini idioti con la paranoia del destino, ma una cazzo di famiglia che si vuole bene, che lotta insieme e che soffre sul serio.

Questo crea un doppio effetto: tifi per la Morte, ma anche per le sue vittime. Un’orgia emotiva tra goduria sadica e disperazione da funerale. È una roba fottutamente geniale.

Quindi, sicarios, vi è piaciuto Bloodlines o siete di quelli che ancora cercano senso in una saga dove le persone muoiono per colpa di un cucchiaino appoggiato male su un tostapane?
E secondo voi: la Morte tornerà con ancora più cattiveria nel prossimo film?