Un fan di Skyrim passa 18 mesi in carcere per un clamoroso errore della polizia

Bastava un underscore in più per evitare una delle peggiori ingiustizie giudiziarie degli ultimi anni

Ci sono errori che costano qualche minuto. Altri che fanno perdere denaro. E poi esistono quelli che ti portano via quasi due anni della tua vita.

È esattamente quello che è successo a Brandon Klayme, un appassionato di The Elder Scrolls V: Skyrim, che ha trascorso ben 18 mesi in prigione per un incredibile errore commesso durante un’indagine. Il motivo? La polizia ha confuso due nomi utente praticamente identici, ignorando un semplice trattino basso.

Sembra la trama di un film, invece è una storia vera che sta facendo discutere mezzo mondo e che dimostra quanto anche il più piccolo dettaglio possa avere conseguenze devastanti quando si parla di giustizia.

Tutto è iniziato con un nome ispirato a Skyrim

L’indagine risale al 2018 e nasce nel Wisconsin, negli Stati Uniti, durante un’inchiesta su gravi reati legati all’adescamento di minori tramite l’app di messaggistica Kik.

L’account utilizzato dal vero responsabile aveva un nickname che ogni fan di Skyrim riconoscerebbe all’istante: “fus__ro_dah”, chiaro riferimento al celebre Urlo del Drago “Fus Ro Dah”, una delle abilità più iconiche del capolavoro di Bethesda.

Il problema? Quando gli investigatori hanno inviato la richiesta ufficiale a Kik per ottenere le informazioni dell’account, hanno scritto il nome in modo errato.

Invece di indicare:

fus__ro_dah

hanno richiesto i dati di:

fus_ro_dah

Una differenza minuscola. Un solo underscore in meno.

Eppure quella piccolissima svista ha completamente cambiato il destino di una persona innocente.

Kik ha consegnato i dati della persona sbagliata

Ricevuta la richiesta, Kik ha fornito tutte le informazioni associate all’account con un solo underscore.

Quell’account apparteneva proprio a Brandon Klayme, residente ad Halifax, in Nuova Scozia, completamente estraneo ai fatti.

Grazie all’indirizzo email collegato all’account, gli investigatori sono riusciti a rintracciarlo.

Nel febbraio 2020 la polizia ha fatto irruzione nella sua abitazione, sequestrando telefoni, computer portatili e altri dispositivi elettronici.

Fin qui potrebbe sembrare una normale verifica investigativa. Il problema è che, una volta analizzati i dispositivi, non è emerso praticamente nulla che collegasse Klayme ai reati contestati.

Nessuna prova… ma è stato comunque condannato

Secondo quanto emerso successivamente, gli investigatori non sono riusciti a trovare prove che dimostrassero:

  • contatti con la vittima;
  • utilizzo di Kik nel periodo interessato;
  • materiale che collegasse Klayme alle conversazioni incriminate.

Nonostante ciò, il procedimento è andato avanti.

L’uomo è stato incriminato e successivamente condannato per diversi reati, tra cui:

  • possesso di materiale pedopornografico;
  • invio di materiale sessualmente esplicito a un minore;
  • altri capi d’accusa collegati all’indagine originale.

Nel 2024 è arrivata la sentenza definitiva: 18 mesi di carcere, pena che Brandon Klayme ha scontato interamente.

Una vicenda che oggi lascia increduli, considerando che l’errore era presente fin dall’inizio dell’indagine.

L’errore viene scoperto anni dopo

La svolta è arrivata solamente durante la preparazione dell’appello.

L’avvocato Zeb Brown ha deciso di ricontrollare tutta la documentazione originale e si è accorto di un dettaglio che fino a quel momento era sfuggito praticamente a tutti.

La citazione inviata a Kik riportava il nome utente sbagliato.

Era stato richiesto l’account con un solo underscore anziché quello con due underscore appartenente al vero sospettato.

Un errore banale sulla carta, ma devastante nella realtà.

Ancora più sorprendente è il fatto che quella discrepanza fosse presente nei documenti processuali fin dall’inizio, senza che nessuno — investigatori, avvocati, giudici o pubblici ministeri — la notasse.

La Corte d’Appello ribalta tutto

Dopo aver verificato la documentazione, i pubblici ministeri hanno accettato il ricorso.

Il 23 luglio 2026 la Corte d’Appello della Nuova Scozia ha annullato completamente la condanna.

I giudici sono stati durissimi nelle loro conclusioni.

Secondo la Corte:

“Il signor Klayme è di fatto innocente dei reati contestati. Non avrebbe mai dovuto essere incriminato, tanto meno condannato.”

Una dichiarazione pesantissima che certifica come l’uomo abbia trascorso un anno e mezzo in carcere per un errore che sarebbe potuto essere individuato in pochi secondi con un controllo più accurato.

Le parole di Brandon Klayme

Dopo la sua assoluzione, Klayme ha raccontato quanto accaduto spiegando che soltanto durante la preparazione finale dell’appello è emerso quel piccolo dettaglio che aveva completamente cambiato il corso della sua esistenza.

Quel singolo underscore mancante aveva dato il via a una catena di errori investigativi che nessuno era riuscito a interrompere.

Una situazione che mette inevitabilmente in discussione l’intero iter seguito durante il processo.

Ci sarà un risarcimento?

Al momento non è ancora chiaro se Brandon Klayme intraprenderà un’azione legale per ottenere un risarcimento economico.

Difficile però immaginare che 18 mesi trascorsi in carcere, lo stigma sociale, le spese legali e le conseguenze personali possano essere cancellati con una semplice assoluzione.

La vicenda rappresenta uno dei casi più clamorosi degli ultimi anni in cui un errore apparentemente insignificante ha avuto conseguenze enormi.

Una storia che fa riflettere

Nel mondo dell’informatica siamo abituati a pensare che un carattere in più o in meno possa impedire il login a un sito o generare un errore di sistema.

Questa storia dimostra invece che un semplice underscore può cambiare completamente la vita di una persona.

La tecnologia è ormai parte integrante delle indagini moderne, ma senza controlli accurati e verifiche incrociate anche il più piccolo dettaglio può trasformarsi in un errore giudiziario devastante.

Nel caso di Brandon Klayme è bastato un trattino basso mancante per far finire un innocente dietro le sbarre per un anno e mezzo. E questa, probabilmente, è la parte più inquietante di tutta la vicenda.