Monster Crown Sin Eater: recensione

Un mondo di mostri, scelte oscure e tanta voglia di distinguersi

Quando si parla di giochi dove bisogna catturare, allenare e far combattere creature misteriose, il paragone con Pokémon arriva praticamente in automatico.

È un genere che Nintendo ha reso famoso in tutto il mondo, ma negli ultimi anni diversi sviluppatori indie hanno provato a prendere quella formula e darle una nuova identità. Tra questi troviamo Monster Crown, un gioco che non vuole essere semplicemente l’ennesimo clone del fenomeno di Game Freak, ma cerca di portare il concetto di “monster collector” verso una direzione più adulta e decisamente più oscura.

Sviluppato da Studio Aurum e pubblicato da SOEDESCO, Monster Crown è arrivato inizialmente in accesso anticipato su PC nel 2020, per poi ricevere la versione completa nel 2021 con approdo anche su Nintendo Switch e successivamente sulle altre console. Dietro al progetto troviamo un piccolo team indipendente che ha puntato tutto sulla nostalgia dei grandi RPG portatili degli anni ’90, mescolandola però con idee più aggressive e meno “per bambini”.

La premessa del gioco è abbastanza chiara: siamo sull’Isola dei Re, un luogo dove i mostri non sono semplicemente simpatiche creature da collezionare, ma esseri con cui stringere veri e propri patti. Il mondo di Monster Crown è segnato da una storia fatta di tiranni, guerre e personaggi pronti a tutto pur di ottenere il potere. Il giocatore dovrà quindi esplorare questo territorio, creare il proprio team di mostri e decidere quale strada seguire, diventando un salvatore oppure qualcuno disposto ad abbracciare un lato più oscuro.

La grande differenza rispetto ai classici giochi Pokémon è proprio questa atmosfera: qui non troviamo solamente avventure colorate, palestre e creature adorabili pronte a fare amicizia. Monster Crown prova a mettere sul tavolo un mondo più duro, dove gli esperimenti genetici, le fusioni tra creature e le scelte morali hanno un peso maggiore. L’obiettivo degli sviluppatori era creare un’esperienza che ricordasse i vecchi giochi di cattura mostri, ma aggiungendo una profondità maggiore soprattutto nella gestione delle creature e nella possibilità di creare combinazioni completamente nuove.

Con oltre 200 mostri da catturare, allevare e combinare attraverso sistemi di breeding e fusione, Monster Crown punta tutto sulla libertà del giocatore: non sei semplicemente un allenatore che deve trovare il mostro più forte, ma un vero creatore di una squadra costruita secondo le tue strategie.

Ma la domanda vera è una sola: questa formula riesce davvero a distinguersi oppure rimane nell’ombra del gigante Pokémon? Perché avere tante idee interessanti è una cosa, riuscire a trasformarle in un gioco divertente e coinvolgente è tutta un’altra storia.

Nelle prossime parti analizzeremo il cuore dell’esperienza: il gameplay, il sistema di combattimento, la cattura dei mostri, le fusioni e capiremo se Monster Crown riesce davvero a conquistare gli amanti dei monster collector.

Gameplay: Monster Crown prende la formula Pokémon e la rende più complessa

Il cuore di Monster Crown è sicuramente il gameplay, e appena iniziamo a muovere i primi passi nel suo mondo è impossibile non notare il forte richiamo ai classici giochi Pokémon. L’idea di base è quella che tutti conosciamo: esplorare una regione piena di creature da incontrare, catturarle, creare una squadra equilibrata e affrontare combattimenti a turni contro altri allenatori e mostri selvatici. La differenza è che Monster Crown prende questa formula ormai conosciutissima e prova ad aggiungere diversi livelli di profondità, rendendo l’esperienza più impegnativa e meno immediata.

Se Pokémon punta molto sull’accessibilità, Monster Crown sembra voler chiedere qualcosa in più al giocatore. Non basta semplicemente catturare il mostro con le statistiche migliori e lanciarlo in battaglia: bisogna studiare le creature, capire le loro caratteristiche, sfruttare le combinazioni giuste e costruire una squadra che abbia davvero un senso strategico. Il sistema di crescita e gestione dei mostri è più articolato, soprattutto grazie alla possibilità di creare nuove combinazioni attraverso l’allevamento e la fusione delle creature, aprendo una quantità enorme di possibilità per chi ama sperimentare.

Anche il sistema delle missioni si distingue rispetto ai classici del genere. Monster Crown non si limita alla classica struttura “vai avanti, sconfiggi gli avversari e diventa il migliore”, ma propone incarichi più articolati, con obiettivi che richiedono maggiore attenzione durante l’esplorazione. Le missioni riescono a dare più importanza al mondo di gioco, spingendo il giocatore a parlare con i personaggi, cercare informazioni e non limitarsi solamente a correre verso il prossimo combattimento.

Dal punto di vista personale, questa maggiore complessità può essere un’arma a doppio taglio: per chi cerca un’esperienza più profonda rispetto ai monster collector tradizionali rappresenta sicuramente un punto a favore, mentre chi si aspetta la semplicità immediata dei primi Pokémon potrebbe trovarsi davanti a un gioco più lento e meno intuitivo.

Monster Crown quindi parte da una base familiare, quasi nostalgica, ma cerca di costruire qualcosa di più stratificato. È come prendere la formula Pokémon, togliere un po’ della sua semplicità e aggiungere un pizzico di RPG vecchia scuola: il risultato è un gameplay che richiede più attenzione, ma che può regalare grandi soddisfazioni a chi vuole dedicargli tempo.Grafica e Audio: un tuffo nel passato con un’anima da vecchio Game Boy

Grafica e Audio: un tuffo nel passato con un’anima da vecchio Game Boy

Dal punto di vista estetico, Monster Crown sceglie una strada ben precisa: invece di inseguire la grafica moderna, punta tutto sul fascino retrò della pixel art. Il gioco sembra uscito direttamente dall’epoca dei vecchi RPG portatili, con uno stile che richiama fortemente i titoli a 8 bit e 16 bit che hanno fatto innamorare milioni di giocatori negli anni ’90.

La grafica non cerca di stupire con effetti spettacolari o animazioni ultra dettagliate, ma punta sulla nostalgia. Ogni ambientazione, ogni creatura e ogni schermata trasmettono quella sensazione da “vecchia cartuccia inserita nella console portatile”, facendo tornare alla mente i primi capitoli Pokémon, soprattutto quelli dell’era Game Boy e Game Boy Color.

Questa scelta stilistica si sposa bene con il tipo di esperienza proposta da Monster Crown: il gioco vuole far sentire il giocatore dentro un’avventura classica, dove la fantasia deve completare quello che la tecnologia non mostra. Certo, per chi è abituato ai giochi moderni con mondi tridimensionali pieni di dettagli, questo stile potrebbe sembrare inizialmente semplice o quasi datato, ma per gli amanti del genere rappresenta proprio uno dei suoi punti di forza.

Anche il comparto sonoro segue la stessa filosofia. Le musiche e gli effetti audio sembrano usciti direttamente dai vecchi giochi Pokémon, con melodie retrò e suoni elettronici che riportano immediatamente alla mente le avventure vissute sulle console portatili di Nintendo. È uno di quegli aspetti che magari non colpiscono al primo minuto, ma contribuiscono a creare quella particolare atmosfera nostalgica che accompagna tutta l’esperienza.

Monster Crown non vuole quindi essere un gioco moderno travestito da retrò: vuole essere realmente un omaggio a un’epoca precisa del gaming. La grafica semplice e il sonoro vintage diventano parte dell’identità del titolo, creando un’atmosfera che farà sicuramente sorridere chi è cresciuto con i primi giochi di cattura mostri.

In poche parole, se siete giocatori che amano la pixel art e provano ancora nostalgia per quei vecchi pomeriggi passati davanti a un Game Boy, Monster Crown riesce a premere proprio quel pulsante della memoria. Non sarà una rivoluzione tecnica, ma dimostra che a volte per divertire non servono milioni di poligoni: basta una buona idea e quel vecchio fascino da cartuccia anni ’90.

Storia e Ambientazione: Monster Crown non vuole essere il solito viaggio da “devo catturarli tutti”

Uno degli aspetti dove Monster Crown prova maggiormente a distinguersi dai suoi grandi ispiratori è proprio la storia. A prima vista potrebbe sembrare il classico gioco alla Pokémon: un giovane protagonista, un mondo pieno di creature misteriose e la possibilità di creare una squadra di mostri da portare in battaglia. Ma basta iniziare l’avventura per capire che la direzione presa dagli sviluppatori è molto diversa.

Qui il protagonista non parte con il semplice obiettivo di diventare il miglior allenatore del mondo o completare una collezione di creature. Non siamo davanti alla classica scalata fatta di palestre, medaglie e sfide una dopo l’altra: il viaggio ruota attorno alla scoperta dell’isola di Crown, ai suoi segreti e al rapporto con i mostri, che in questo universo non sono semplicemente strumenti da combattimento ma creature con cui stringere veri e propri patti.

La storia di Monster Crown presenta infatti un mondo più cupo, segnato da antichi sovrani, guerre e figure che hanno cercato di ottenere il potere assoluto. Il protagonista si ritrova coinvolto in una situazione molto più grande di lui, dove dovrà aiutare a fermare una nuova minaccia e decidere anche quale tipo di persona diventare durante il suo percorso. Il gioco lascia spazio a scelte che possono portare verso un cammino più eroico oppure verso una strada più oscura.

Questa è probabilmente una delle differenze più interessanti rispetto ai Pokémon classici: mentre nei titoli Nintendo spesso il viaggio è soprattutto una crescita personale attraverso battaglie e incontri, in Monster Crown c’è una sensazione maggiore di esplorazione e scoperta. Le missioni non sembrano messe lì solamente per accompagnare il giocatore verso il prossimo combattimento, ma cercano di raccontare qualcosa del mondo e dei suoi abitanti.

La sensazione è quella di trovarsi davanti a un “Pokémon cresciuto”, un’avventura che prende alcune basi del genere monster collector ma le porta verso atmosfere più mature. Non c’è solo la voglia di riempire un elenco di creature: c’è un intero mondo da capire, con personaggi, conflitti e decisioni che danno al viaggio un’identità propria.

Certo, chi cerca la leggerezza e la semplicità dei vecchi Pokémon potrebbe trovare Monster Crown più impegnativo e meno immediato, ma proprio questa scelta rappresenta il suo punto forte. Gli sviluppatori hanno voluto creare qualcosa che ricordasse il passato, ma con un tono più vicino a un RPG tradizionale.

In definitiva, la storia di Monster Crown è una delle prove che il gioco non vuole vivere solamente di paragoni: prende l’idea della cattura dei mostri, ma prova a raccontarla con un’atmosfera più seria, dove il giocatore non è solo un collezionista, ma una figura che deve affrontare un mondo con un passato decisamente più complicato.

Mostri, cattura e abilità: creature strane, originali e lontane dai soliti Pokémon

Uno degli elementi dove Monster Crown riesce maggiormente a costruire una propria identità è sicuramente il design delle creature. Anche se il paragone con Pokémon rimane inevitabile, i mostri presenti nel gioco hanno un carattere completamente diverso: non troviamo solamente creature simpatiche e colorate, ma esseri spesso strani, inquietanti e con design molto particolari, capaci di trasmettere quella sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di veramente misterioso.

Ogni mostro possiede caratteristiche e abilità differenti, rendendo la fase di costruzione della squadra molto più interessante. Non basta scegliere il mostro dall’aspetto più figo e buttarlo in battaglia: bisogna capire quali capacità possiede, quali mosse può imparare e come può combinarsi con gli altri membri del gruppo. Alcune creature possono sembrare inizialmente poco utili, ma grazie alle loro abilità particolari possono diventare elementi fondamentali della propria squadra.

La cattura dei mostri è una delle differenze più evidenti rispetto alla serie Pokémon. Qui non abbiamo le classiche Poké Ball: in Monster Crown i mostri vengono catturati utilizzando dei patti, rappresentati da particolari fogli/contratti che vengono utilizzati per creare un legame con la creatura. Questa scelta si collega perfettamente all’ambientazione più oscura del gioco, perché non sembra una semplice cattura, ma quasi un accordo tra il giocatore e il mostro.

Questo sistema dà anche una sensazione diversa: il mostro non viene semplicemente “chiuso dentro un oggetto” per essere utilizzato in battaglia, ma diventa un alleato con cui instaurare un rapporto. È una piccola modifica rispetto alla formula classica, ma aiuta Monster Crown a distinguersi e a dare un’identità più matura al suo mondo.

Un altro punto interessante è il sistema di combinazione tra creature. La possibilità di creare nuove varianti attraverso l’allevamento permette di sperimentare continuamente, cercando il mostro perfetto con le caratteristiche migliori. Per gli amanti del collezionismo e della strategia questa meccanica può diventare quasi una droga, perché spinge il giocatore a provare sempre nuove combinazioni.

Alla fine, proprio come nei grandi giochi di cattura mostri, il vero viaggio non è solamente arrivare alla fine della storia, ma scoprire nuove creature, creare la propria squadra e trovare quei mostri che diventano i propri compagni inseparabili. Monster Crown riesce a prendere un concetto conosciuto da tutti e modificarlo abbastanza da renderlo qualcosa di diverso, più misterioso e decisamente più vicino a un RPG fantasy oscuro.

Combattimenti: la formula Pokémon c’è, ma Monster Crown prova a cambiare le regole

Arrivati al momento degli scontri, è impossibile non notare quanto Monster Crown prenda ispirazione dai combattimenti dei classici Pokémon. La struttura di base è familiare: combattimenti a turni, scelta delle mosse, gestione dei punti vita, vantaggi e svantaggi tra le diverse tipologie di creature e la necessità di creare una squadra ben equilibrata per affrontare gli avversari.

Chi ha giocato ai vecchi giochi Pokémon si sentirà subito a casa, perché il sistema è immediato e facile da comprendere. Ogni creatura entra in campo, si scelgono le abilità migliori e si cerca di sfruttare i punti deboli del nemico. Ma Monster Crown aggiunge diverse meccaniche che rendono gli scontri più profondi e meno scontati.

Una delle differenze più interessanti rispetto alla serie Pokémon è che in questo mondo non sono solamente i mostri a combattere: anche il protagonista può scendere direttamente in battaglia. Questa scelta cambia completamente la sensazione degli scontri, perché il giocatore non è soltanto un allenatore che osserva i propri compagni affrontare il nemico, ma diventa parte attiva del combattimento. Il protagonista può intervenire, utilizzare le proprie capacità e contribuire direttamente alla vittoria.

Questa meccanica rende gli incontri più dinamici e dà una maggiore sensazione di essere dentro l’avventura. Non siamo semplicemente spettatori che ordinano ai mostri cosa fare, ma un vero partecipante che affronta i pericoli insieme alle proprie creature.

Ovviamente la parte principale rimane sempre la gestione dei mostri. Ogni creatura possiede caratteristiche, abilità e possibilità di crescita differenti, quindi vincere non dipende solamente dal livello più alto. Bisogna ragionare sulla composizione della squadra, scegliere le combinazioni migliori e sfruttare al massimo il sistema di allevamento e fusione.

Monster Crown quindi prende il classico combattimento dei monster collector e lo porta verso una direzione più strategica. Le battaglie inizialmente possono sembrare molto vicine a Pokémon, ma andando avanti emergono tutte quelle differenze che rendono il gioco più complesso: bisogna prepararsi meglio, conoscere i propri mostri e capire quando utilizzare ogni abilità.

Il risultato è un sistema di combattimento che riesce a mantenere quella sensazione nostalgica dei vecchi RPG portatili, ma aggiunge abbastanza elementi nuovi da non sembrare una semplice copia. È familiare, ma allo stesso tempo cerca di avere una propria identità.

Giudizio finale: un buon tributo ai Pokémon retrò, ma non raggiunge i livelli dei grandi classici

Dopo aver provato Monster Crown, la sensazione è quella di trovarsi davanti a un gioco che vuole prendere una strada diversa rispetto a Pokémon. Non è una copia, non vuole semplicemente riproporre la stessa formula con mostri diversi, ma cerca di costruire qualcosa di suo attraverso un sistema di combattimento particolare, creature originali e un’atmosfera molto più retrò e oscura.

Personalmente ho apprezzato molto i combattimenti e soprattutto i mostri. Le creature presenti nel gioco sono sicuramente uno degli aspetti più interessanti: sono strane, diverse dal solito e hanno abilità che rendono la costruzione della squadra divertente e stimolante. Anche il sistema di combattimento riesce a coinvolgere, perché pur ricordando Pokémon aggiunge alcune idee che lo rendono abbastanza diverso.

È un gioco che consiglio soprattutto a chi ama i Pokémon vecchio stile, quelli più vicini all’epoca Game Boy, dove contavano l’esplorazione, la scoperta di nuovi mostri e la strategia nei combattimenti. L’atmosfera retrò e il comparto sonoro aiutano molto a creare quella sensazione nostalgica.

Detto questo, Monster Crown non è un gioco perfetto e secondo me non riesce sempre a raggiungere il livello dei grandi titoli a cui si ispira. La sua idea è interessante e sicuramente ha personalità, ma alcune scelte lo rendono meno immediato e meno curato rispetto ai migliori esponenti del genere. Il problema principale rimane quello delle missioni poco chiare, dove spesso il gioco non fornisce abbastanza indicazioni e lascia il giocatore a cercare la soluzione quasi per tentativi.

In definitiva, Monster Crown è un titolo diverso da Pokémon, e proprio questa differenza è sia il suo pregio che il suo limite. Non è brutto, anzi ha tante idee interessanti, ma non è nemmeno quel gioco capace di prendere il trono del genere. È una buona alternativa per chi cerca un monster collector più particolare e nostalgico, ma bisogna affrontarlo sapendo che non raggiungerà la perfezione dei grandi classici.