007 First Light: il giovane James Bond inciampa, spara e rompe le palle per venti ore

Una missione segreta che avrebbe fatto meglio a restare segreta

Quando si parla di James Bond, ognuno ha il proprio preferito. C’è chi difende Sean Connery come se fosse un parente stretto, chi considera Daniel Craig il messia biondo dello spionaggio e chi, probabilmente dopo aver bevuto benzina, sostiene che Die Another Day sia un capolavoro.

Lo stesso discorso vale per i videogiochi dedicati a 007. Alcuni hanno capito davvero cosa significhi impersonare l’agente segreto più famoso del mondo. Altri, invece, hanno semplicemente preso uno sparatutto generico, gli hanno appiccicato sopra il logo di James Bond e hanno sperato che nessuno si accorgesse della truffa.

Spoiler: ce ne siamo accorti.

Nel corso degli anni abbiamo visto adattamenti diretti dei film, avventure completamente originali e porcherie videoludiche che sembravano progettate durante la pausa pranzo da tre stagisti chiusi in uno sgabuzzino.

007 First Light prova a percorrere una strada diversa, raccontando le origini di James Bond e il suo ingresso nel programma Doppio Zero. Un’idea interessante, almeno sulla carta. Peccato che anche la carta igienica sembri interessante quando l’alternativa è usare una foglia di ortica.

Partiamo subito da un chiarimento importante: questa non sarà una di quelle recensioni nostalgiche in cui qualcuno esclama che 007 First Light è «il miglior gioco di Bond dai tempi di GoldenEye».

No.

Assolutamente no.

Neanche dopo quattro Martini, una commozione cerebrale e una martellata sui coglioni.

GoldenEye resta uno dei film di Bond che preferisco, ma non ho mai condiviso completamente l’adorazione quasi religiosa per il videogioco. Era uno sparatutto dignitoso, divertente soprattutto in multiplayer, giocato però con un controller del Nintendo 64 che sembrava progettato per una specie aliena dotata di tre mani.

Anche il suo adattamento della pellicola era appena passabile. Insomma, un buon gioco, certo, ma non quella divinità digitale davanti alla quale sacrificare una capra ogni domenica.

Detto questo, sostenere che 007 First Light sia il miglior titolo della serie dai tempi di GoldenEye non sarebbe soltanto falso: sarebbe un crimine contro il buon senso, la memoria storica e probabilmente anche contro qualche convenzione internazionale.

Nel corso degli anni, infatti, il marchio James Bond ha generato giochi che andavano dal buono al sorprendentemente ottimo, oltre naturalmente a una montagna fumante di sterco interattivo.

Il punto più basso è stato probabilmente 007 Legends, pubblicato nel 2012. Un gioco talmente brutto da avvelenare la licenza per oltre dieci anni e contribuire alla chiusura di Eurocom, il suo stesso sviluppatore.

Non capita spesso che un videogioco riesca a distruggere contemporaneamente una serie, uno studio e la voglia di vivere del giocatore. Bisogna quasi ammirare tanta efficienza.

Fortunatamente, nella storia di Bond non sono mancati titoli validi. Everything or Nothing, Nightfire, The World Is Not Enough su Nintendo 64 e 007: Blood Stone rappresentano alcuni dei risultati migliori ottenuti dal franchise.

Erano giochi che, pur con i loro difetti, riuscivano almeno a ricordarsi che James Bond non è semplicemente un tizio elegante che spara a chiunque gli capiti davanti.

Ed è proprio questo il problema principale di moltissimi videogiochi dedicati a 007: pochissimi sono riusciti davvero a trasmettere la fantasia di essere James Bond.

Spesso utilizzavano la versione del personaggio già vista nei rispettivi film, quindi un agente completamente formato, sicuro di sé e con la profondità emotiva di un frigorifero spento.

Non c’era spazio per una vera evoluzione. Bond riceveva una missione, pronunciava due battutine, faceva esplodere qualcosa e finiva a letto con la prima donna incontrata lungo il corridoio.

Fine.

I Bond videoludici avevano quasi sempre tanto stile, ma zero sostanza. Erano come una Ferrari parcheggiata davanti a un discount: bella da vedere, ma non si capisce bene che cazzo ci faccia lì.

Le origini di Bond, raccontate con la velocità di un impiegato comunale

007 First Light è il primo gioco della serie a concentrarsi interamente sulle origini di James Bond e sul percorso che lo porterà a ottenere lo status di Doppio Zero.

Vediamo come viene selezionato per il programma, le prove che deve affrontare, gli errori commessi e gli eventi che dovrebbero trasformarlo nel Bond che tutti conosciamo.

Sulla carta, ancora una volta, l’idea funziona.

Nella pratica, il gioco sembra convinto che raccontare un’origine significhi trascinare ogni singolo passaggio fino allo sfinimento.

All’inizio incontriamo un Bond giovane, impulsivo e ancora lontano dall’agente perfetto. Alla fine, poco prima dei titoli di coda, troviamo una versione più vicina all’icona classica.

In mezzo ci sono circa quindici o venti ore di missioni, passeggiate, dialoghi, sparatorie, altre passeggiate, laboratori, corridoi e momenti in cui probabilmente inizierete a osservare con interesse la vernice che si asciuga sul muro.

Il personaggio possiede già il carisma naturale, l’umorismo e una certa dose di spietatezza. C’è anche quel lato umano che diversi attori hanno provato a comunicare nei film.

Patrick Gibson offre una buona interpretazione del personaggio, ma definirla «perfetta» sarebbe come definire un panino dell’autogrill un’esperienza gastronomica mistica.

Gibson funziona. Ha presenza, sa essere affascinante e riesce a rendere credibile questo Bond ancora acerbo.

Il problema è che il gioco sembra così disperatamente intenzionato a convincerci che sia straordinario da spingerlo in faccia al giocatore ogni cinque minuti.

«Guardate quanto è carismatico!»

«Avete visto come ha sorriso?»

«Oh, mio Dio, ha detto una battuta mentre qualcuno moriva! È proprio James Bond!»

Calma, ragazzi. Abbiamo capito.

L’interpretazione è valida e Gibson merita sicuramente di essere considerato tra gli attori che hanno saputo incarnare il personaggio. Ma piazzarlo già al terzo posto assoluto nella classifica personale dei Bond significa probabilmente aver guardato metà dei film con il televisore spento.

Un cast stellare usato come arredamento da salotto

Naturalmente, James Bond non può esistere senza un buon cast di supporto.

007 First Light mette insieme diversi interpreti di livello, peccato che alcuni vengano utilizzati come se fossero soprammobili molto costosi.

Lennie James, noto anche per Fear the Walking Dead, interpreta John Greenway ed è uno degli elementi migliori dell’intera produzione.

Il personaggio sembra appartenere davvero a questo universo e dà l’impressione di avere una storia precedente agli eventi narrati.

In pratica, è così credibile che viene spontaneo chiedersi perché non abbiano realizzato direttamente un gioco su di lui, risparmiandoci parecchie ore di Bond che corre nei condotti dell’aria come un idraulico in smoking.

Priyanga Burford interpreta M e possiede il tono e l’autorità necessari per il ruolo.

È una delle poche persone capaci di intravedere il potenziale ancora inespresso di Bond, anche se a volte sembra osservare il protagonista con la stessa espressione di una madre che ha appena scoperto il figlio mentre infila una forchetta nella presa elettrica.

Moneypenny e Q sono nuove versioni dei personaggi classici e funzionano discretamente nei rispettivi ruoli.

Il problema è che vengono utilizzati pochissimo.

Q compare, consegna qualche giocattolo tecnologico e poi torna probabilmente in laboratorio a chiedersi perché abbia studiato ingegneria per costruire una fotocamera che apre i lucchetti.

Moneypenny, invece, sembra sempre sul punto di ottenere una scena interessante, ma il gioco la rimette rapidamente nel cassetto come il servizio buono della nonna.

La situazione peggiore riguarda Gemma Chan, che interpreta Selina Tan.

Parliamo di uno dei nomi più importanti del cast, eppure il personaggio sembra aggiunto all’ultimo momento perché qualcuno aveva notato uno spazio vuoto sul poster promozionale.

La sua presenza complessiva è ridicola. Forse due o tre minuti.

Praticamente meno tempo di quanto impieghiamo a scegliere quale arma non usare durante una missione stealth.

A questo punto potevano semplicemente mettere una fotografia di Gemma Chan su una scrivania e ottenere lo stesso risultato, risparmiando probabilmente qualche milione.

Dato che il gioco racconta le origini di Bond, incontriamo anche altri membri del programma 00.

Dei sei candidati, soltanto due ricevono una vera attenzione narrativa. Gli altri sembrano comparse entrate per sbaglio nella stanza durante una riunione aziendale.

Il lato positivo è che nessuno di loro ruba troppo spazio al protagonista.

Il lato negativo è che, non rubando spazio, spesso non fanno praticamente un cazzo.

I due personaggi principali diventano comunque importanti per la crescita di Bond, contribuendo a definirne le motivazioni e il carattere.

Peccato che il gioco gestisca il loro sviluppo con la delicatezza di un elefante che fa parkour in una cristalleria.

Ogni volta che qualcuno pronuncia una frase significativa, la musica aumenta, la telecamera si avvicina e il gioco sembra urlarci:

«QUESTO MOMENTO È IMPORTANTE! PROVATE UN’EMOZIONE, STRONZI!»

Donne, criminali e Lenny Kravitz lasciato nel ripostiglio

Il gioco prova anche a fare qualcosa di interessante con le donne di Bond e con i villain.

Il tentativo è apprezzabile, ma il risultato sembra spesso una torta lasciata a metà: gli ingredienti ci sono, il profumo è buono, poi la assaggi e scopri che dentro è ancora cruda.

Lenny Kravitz interpreta Bawma e la sua presenza è solida.

Ha carisma, funziona bene sullo schermo e possiede quell’energia naturale che potrebbe renderlo memorabile.

Naturalmente, proprio per questo motivo, appare pochissimo.

Perché usare a fondo un attore interessante quando puoi tenerlo nascosto come una bottiglia di whisky dietro i detersivi?

Il gioco lascia intuire che Bawma potrebbe tornare in futuro, ed è quasi obbligatorio sperarlo, perché qui sembra più un ospite speciale arrivato alla festa quando ormai tutti stavano già andando a casa.

Per quanto riguarda le cosiddette Bond girl, Noémie Nakai e, in misura minore, Raquel Cipriano offrono interpretazioni convincenti.

Nakai è sicuramente quella che emerge maggiormente e riesce a dare al proprio personaggio una personalità più concreta rispetto alla classica donna piazzata accanto a Bond soltanto per rendere il poster più sexy.

Non aspettatevi però una rivoluzione narrativa.

Siamo sempre dentro un gioco di James Bond, non in un seminario universitario sulla decostruzione del ruolo femminile nel cinema di spionaggio.

Nel corso della storia troviamo diversi depistaggi e alcune rivelazioni studiate per sorprendere il giocatore.

Molte funzionano abbastanza bene.

Una in particolare, però, è così prevedibile che probabilmente la indovinerete mentre state ancora regolando la luminosità all’inizio del gioco.

Non è un colpo di scena. È un autobus che arriva lentamente da tre chilometri di distanza su una strada completamente vuota, suonando il clacson e lanciando fuochi d’artificio.

Alcuni elementi relativi ai villain creano inoltre uno strano problema strutturale: il gioco sembra finire tre o quattro volte prima di arrivare davvero alla conclusione.

Sconfiggi qualcuno.

Parte una scena che sembra definitiva.

La musica si gonfia.

Bond guarda l’orizzonte.

Pensate che sia finita.

No.

C’è un altro cattivo.

Poi un altro luogo.

Poi un’altra missione.

Poi probabilmente spunta un tizio dalle fogne dicendo di essere il vero cervello dietro tutto.

Non siamo ai livelli de Il Signore degli Anelli: Il ritorno del re, con i suoi diciassette finali consecutivi, ma poco ci manca.

A un certo punto non saprete più se applaudire, spegnere la console o lasciare direttamente le chiavi di casa al gioco, visto che ormai sembra deciso a non andarsene più.

Il vero nemico di Bond è il ritmo narrativo

Se dovessimo indicare il difetto più evidente della storia, sarebbe senza dubbio il ritmo.

Dopo una missione intensa, magari piena di inseguimenti, esplosioni e sparatorie, il gioco decide spesso di riportarci all’MI6.

Qui veniamo costretti a passeggiare lentamente nel laboratorio di Q, osservare oggetti, ascoltare spiegazioni e attraversare corridoi con la velocità di una lumaca sotto sedativi.

Queste sequenze sembrano durare un’ora.

Magari durano dieci minuti, ma il tempo è relativo e Albert Einstein non aveva mai giocato a 007 First Light.

Dopo questa pausa mortale, parte una nuova missione che deve nuovamente costruire tensione da zero.

Il gioco raramente propone due missioni ad alto ritmo una dopo l’altra.

Preferisce procedere a scatti: azione, pausa, azione, laboratorio, sparatoria, chiacchierata, esplosione, visita guidata.

Il risultato è una struttura a montagne russe, ma di quelle gestite da un luna park abusivo dove il carrello si ferma a metà salita e qualcuno deve spingerlo a mano.

I momenti alti sono effettivamente notevoli.

Il problema è tutto ciò che bisogna sopportare prima che il gioco torni a raggiungerli.

Ogni volta che l’avventura sembra finalmente decollare, arriva una sequenza lenta a spezzarle le gambe con una mazza da baseball.

La storia possiede comunque alcune idee interessanti.

Il tema centrale riguarda l’abuso dell’intelligenza artificiale, l’ignoranza di chi la utilizza senza comprenderla e il pericolo di affidarsi ciecamente alle informazioni generate da una macchina.

Un argomento estremamente attuale, soprattutto in un’epoca in cui molta gente chiede a un chatbot se può mangiare un fungo trovato dietro il bidone dell’umido.

Il concetto ricorda parecchio Elliot Carver, il villain di Il domani non muore mai, e proprio questa somiglianza rende piuttosto facile intuire chi potrebbe occupare il ruolo dell’antagonista principale.

Naturalmente, quella è soltanto una parte del quadro.

Il gioco prova a complicare le cose con ulteriori rivelazioni, nuovi nemici e svolte narrative, ma spesso dà l’impressione di aggiungere strati semplicemente perché nessuno aveva il coraggio di dire agli sceneggiatori:

«Ragazzi, forse basta così. Potete smettere di infilare cattivi dentro altri cattivi come fossero bambole russe del cazzo.»

IO Interactive evita il clone di Hitman… ma inciampa comunque su parecchie bucce di banana

Quando IO Interactive annunciò di essere al lavoro su un videogioco dedicato a James Bond, la paura era una sola: “Perfetto, ci rifilano Hitman con uno smoking elegante e una Aston Martin parcheggiata fuori.” Del resto lo studio ha passato gran parte della propria vita a farci impersonare l’Agente 47, quindi il rischio era concreto. Per fortuna 007 First Light non è un semplice copia-incolla della serie Hitman. Qualche missione ne ricorda la filosofia, con diversi punti d’ingresso, vari approcci e una discreta libertà nel completare gli obiettivi, ma fortunatamente il DNA del killer pelato si ferma quasi tutto lì.

In una missione, ad esempio, Bond si finge l’autista di un personaggio importante. Non cambia continuamente vestiti come un influencer che deve fare venti selfie al giorno, ma prova a superare le guardie semplicemente raccontando una valanga di balle con la classica faccia tosta da James Bond. È una meccanica simpatica e anche abbastanza divertente, perché crea qualche situazione ironica senza dover ricorrere per forza alle sparatorie. Il problema è che il gioco sfrutta questa idea molto meno di quanto potrebbe e finisce quasi sempre per riportarti sulla strada più semplice: prendere tutti a pugni o iniziare a sparare come se stessi giocando a un normalissimo sparatutto in terza persona.

Naturalmente il giocatore mantiene una certa libertà. Puoi procedere completamente in stealth, aggirare le guardie, aspettare il momento giusto oppure fare il gradasso e lasciare che siano loro ad aprire il fuoco, visto che Bond, almeno nelle prime fasi dell’avventura, non possiede ancora la famosa licenza di uccidere. È una scelta narrativa interessante, ma alla lunga perde mordente perché molte situazioni finiscono inevitabilmente nello stesso identico modo. Cambia il percorso, cambiano due animazioni, ma alla fine il risultato è sempre una montagna di cadaveri e Bond che sistema la giacca come se nulla fosse successo.

Missioni secondarie intelligenti… almeno finché non iniziano ad allungare il brodo

La campagna dura circa quindici o venti ore e propone una buona varietà di situazioni. Ci sono infiltrazioni, sparatorie, gadget, fasi stealth, qualche sezione di guida e un discreto numero di missioni secondarie. La cosa positiva è che queste ultime non sembrano il classico contenuto buttato dentro solo per gonfiare artificialmente la durata del gioco. Molte sono addirittura necessarie per proseguire nella storia.

Uno degli esempi migliori arriva quando Bond deve raccogliere una grossa quantità di denaro per partecipare a un’asta privata. Il gioco lascia scegliere come ottenere quei soldi: puoi truccare il classico gioco dei bicchieri, partecipare a una gara di tiro, affrontare un torneo clandestino oppure dedicarti a missioni più investigative recuperando telefoni usa e getta e portafogli di criptovalute sparsi per la mappa. Finalmente il gioco sembra ricordarsi di essere uno spy thriller e non soltanto uno sparatutto con il papillon.

Più avanti, durante un elegante gala, la struttura si ripete con diversi modi per superare le guardie e raggiungere l’obiettivo. Sono probabilmente i momenti migliori dell’intera produzione, perché permettono davvero di sentirsi una spia e non un camionista che ha trovato una pistola.

Quando copia Uncharted… ma con il freno a mano tirato

Esplorando gli ambienti il gioco concede una discreta libertà di movimento. Si scalano pareti, si attraversano condotti d’aerazione, si sfruttano passaggi secondari e si cercano percorsi alternativi. È evidente che gli sviluppatori abbiano guardato parecchio verso Uncharted, ma senza riuscire a raggiungerne la stessa spettacolarità.

La cosa che lascia davvero l’amaro in bocca è l’utilizzo dei gadget. Considerando chi stiamo impersonando, ci si aspetterebbe una quantità enorme di strumenti in grado di modificare il gameplay. Invece la maggior parte delle volte finiscono per servire ad aprire una serratura con un laser oppure a utilizzare la solita telecamera multifunzione. Tutto qui. Davvero poco per un personaggio che nei film ha guidato auto invisibili, usato penne esplosive e orologi che facevano praticamente qualsiasi cosa tranne preparare il caffè.

Rimane comunque piacevole esplorare gli scenari sfruttando coperture, erba alta e punti sopraelevati per eliminare silenziosamente i nemici. Le sezioni stealth funzionano abbastanza bene, anche se non raggiungono mai il livello dei grandi nomi del genere. Insomma, ci siamo quasi… ma quel “quasi” continua a perseguitare l’intero gioco.

L’inseguimento in auto più moscio degli ultimi vent’anni

Parliamo adesso di uno degli aspetti che più fanno incazzare, perché quando si pensa a James Bond vengono subito in mente Aston Martin, inseguimenti assurdi, esplosioni e scene che fanno venire voglia di comprare una macchina che non ci potremo mai permettere.

E invece…

007 First Light riesce nell’impresa di rendere noioso perfino un inseguimento automobilistico.

L’unica vera grande sequenza di guida presente nella campagna è incredibilmente scriptata. La strada è praticamente obbligata, le scorciatoie sono quasi inutili e qualsiasi cosa facciate il risultato finale sarà sempre lo stesso. È come quei giochi per bambini nei ristoranti dove giri il volante finto convinto di guidare la macchina, ma in realtà non stai facendo assolutamente un cazzo.

Più avanti arriva una seconda sezione con i veicoli che risulta leggermente migliore, ma continua a soffrire dello stesso identico problema: tutto è già deciso dagli sviluppatori. Non importa quanto bene guidiate, non importa quanto rischiate, non importa se provate a fare qualcosa di diverso. Il gioco ha già scelto come deve andare a finire e voi siete semplicemente lì a premere l’acceleratore per fare scena.

Ed è un peccato enorme.

Nel resto dell’avventura gli sviluppatori cercano continuamente di dare libertà al giocatore. Poi arriva il momento che dovrebbe rappresentare l’essenza stessa di James Bond e improvvisamente sembra di essere tornati ai giochi di guida del 2004. Considerando che siamo nel 2026, è una delusione gigantesca.

Ci sono anche altri piccoli momenti alla guida durante la campagna e risultano perfino divertenti, ma quello che avrebbe dovuto essere il pezzo forte dell’intera esperienza cade miseramente a terra come una banana lanciata da Mario Kart. Una delle occasioni più grandi sprecate dell’intero gioco.

Conclusioni: licenza di deludere concessa

007 First Light è uno di quei giochi che ti fanno davvero incazzare, perché il potenziale c’è. Si vede in ogni angolo. L’idea di raccontare le origini di James Bond è interessante, alcune ambientazioni sono davvero spettacolari, il cast svolge un lavoro più che dignitoso e ci sono diversi momenti che riescono perfino a ricordarti perché ami questo personaggio da decenni.

Poi però prendi il pad in mano e inizi a giocare.

Ed è lì che tutto comincia lentamente a crollare come un castello di carte costruito sopra una lavatrice durante la centrifuga.

Il ritmo è spezzato continuamente da sequenze inutilmente lente, gli inseguimenti in auto sono un insulto a chiunque abbia visto anche un solo film di Bond, i gadget vengono sfruttati con la fantasia di un tostapane e tantissime idee brillanti finiscono buttate nel cesso perché nessuno ha avuto il coraggio di spingerle davvero fino in fondo.

La sensazione costante è quella di trovarsi davanti a un gioco che ha paura di osare.

Ogni volta che potrebbe diventare memorabile decide invece di frenare, spiegare, accompagnarti per mano e riportarti sui binari. È come avere davanti una Ferrari da 800 cavalli che però è limitata elettronicamente a 30 km/h. Bella da vedere, fa rumore, attira gli sguardi… ma poi arriva il nonno con la Panda del 1998 e ti supera salutando dal finestrino.

Anche il gameplay soffre dello stesso identico problema. Lo stealth funziona, ma non abbastanza. Le sparatorie divertono, ma non abbastanza. L’esplorazione convince, ma non abbastanza. I combattimenti corpo a corpo sono discreti, ma non abbastanza. Ogni singolo aspetto del gioco sembra fermarsi sempre un metro prima dell’eccellenza.

E dopo venti ore questa continua sensazione del “ci siamo quasi” diventa estenuante.

Persino la trama, che affronta temi moderni come l’intelligenza artificiale e la manipolazione delle informazioni, riesce nell’impresa di raccontare qualcosa di interessante nel modo più lento possibile. Il gioco continua ad alternare scene adrenaliniche a passeggiate infinite nei corridoi dell’MI6, trasformando quello che dovrebbe essere un thriller di spionaggio in una visita guidata agli uffici pubblici.

La cosa più frustrante è che si percepisce chiaramente quanto talento ci sia dietro questo progetto. Gli sviluppatori avevano tra le mani tutti gli ingredienti per realizzare il miglior videogioco dedicato a James Bond degli ultimi vent’anni.

Hanno preso la ricetta…

…e poi hanno deciso di cuocere la pizza con un accendino.

Il risultato finale è un’avventura che non è brutta abbastanza da essere ricordata come un disastro assoluto, ma nemmeno bella abbastanza da lasciare davvero il segno. Rimane incastrata in quella pericolosissima terra di mezzo dove tutto è “carino”, “discreto”, “abbastanza buono”, “quasi riuscito”.

E sapete qual è il problema?

Che James Bond non dovrebbe mai essere “abbastanza”.

Bond deve essere elegante, spettacolare, folle, imprevedibile, arrogante, esplosivo e capace di lasciarti con la mascella per terra.

Qui invece ti lascia principalmente con uno sbadiglio.

Alla fine dei titoli di coda non avevo voglia di ricominciare una nuova partita. Avevo semplicemente voglia di rimettere su Casino Royale, giocare una partita a Nightfire e ricordarmi perché questo personaggio è diventato una leggenda.

007 First Light non è il disastro cosmico che qualcuno potrebbe raccontare, ma è probabilmente una delle più grandi occasioni sprecate degli ultimi anni. Un gioco che aveva la licenza di stupire e che invece si accontenta della licenza di esistere.

E per un personaggio iconico come James Bond… francamente è un peccato enorme. Perché quando perfino un inseguimento in Aston Martin riesce a farti venire voglia di controllare Instagram invece di tenere gli occhi sullo schermo, significa che qualcosa è andato tremendamente a puttane.