Ghost of Tsushima: Sucker Punch verificava ogni singolo kanji per non offendere il Giappone

Dietro al capolavoro PlayStation c’è un livello di ricerca storica che ha pochi paragoni nell’industria videoludica

Quando si parla di Ghost of Tsushima, la maggior parte dei giocatori pensa subito ai duelli con la katana, ai panorami mozzafiato, al sistema del vento che sostituisce il classico indicatore sulla mappa e a una delle esclusive PlayStation più amate degli ultimi anni. Ma dietro quel capolavoro si nasconde una storia che dimostra quanto la passione e il rispetto per una cultura possano fare la differenza.

Negli ultimi mesi si è discusso parecchio delle polemiche nate attorno ad alcuni videogiochi ambientati nel Giappone feudale, con dibattiti infiniti sull’accuratezza storica e sulla rappresentazione della cultura nipponica. Eppure, anni prima che queste discussioni esplodessero sui social, Sucker Punch aveva già affrontato il problema nel modo più intelligente possibile: studiando, ascoltando gli esperti e mettendo da parte il proprio ego.

Un team americano che non ha voluto improvvisare

Sucker Punch è uno studio con sede negli Stati Uniti. Avrebbe potuto limitarsi a creare un Giappone “da film”, pieno di samurai, katane e ciliegi in fiore, puntando solo sull’impatto visivo.

Ha invece scelto la strada più difficile.

Per ricostruire l’isola di Tsushima durante l’invasione mongola del 1274, gli sviluppatori hanno lavorato insieme a storici, consulenti culturali ed esperti giapponesi. L’obiettivo non era soltanto realizzare un gioco spettacolare, ma creare un mondo credibile e rispettoso della storia del Paese.

Lo studio ha analizzato praticamente ogni aspetto della vita dell’epoca:

  • architettura;
  • arte;
  • paesaggi;
  • fauna;
  • vegetazione;
  • cucina;
  • abbigliamento;
  • tradizioni;
  • linguaggio.

Ma il dettaglio più incredibile riguarda il sistema di scrittura.

Ogni kanji è stato controllato uno per uno

Durante una conferenza alla GDC del 2021, il cofondatore Brian Fleming ha raccontato un retroscena che ancora oggi lascia senza parole.

Per ogni scritta presente nel gioco, Sucker Punch ha collaborato con Sony Japan per verificare che il kanji utilizzato fosse realmente quello esistente nel XIII secolo.

Può sembrare una sciocchezza.

Non lo è.

Molti caratteri giapponesi hanno subito modifiche nel corso dei secoli oppure esistono varianti differenti della stessa parola. Utilizzare un kanji moderno in un’ambientazione del 1274 avrebbe rappresentato un errore storico.

Per questo motivo gli sviluppatori hanno controllato ogni singolo carattere.

Una ricerca che probabilmente il 99,9% dei giocatori non avrebbe mai notato, ma che dimostra il livello quasi maniacale di attenzione dedicato al progetto.

“Non fingevamo di sapere tutto”

Brian Fleming ha spiegato che una delle parti più belle dello sviluppo è stata proprio riconoscere i propri limiti.

Il team non ha cercato di comportarsi come se conoscesse perfettamente la cultura giapponese.

Ha preferito affidarsi a chi quella cultura la studia e la vive da sempre.

È un approccio che oggi dovrebbe essere quasi scontato, ma che in realtà non sempre viene seguito nel mondo dell’intrattenimento.

L’umiltà, in questo caso, si è trasformata in uno dei punti di forza dell’intero progetto.

Ed è proprio questo che i giocatori hanno percepito

Il successo di Ghost of Tsushima non è nato soltanto da un gameplay solido.

I combattimenti sono spettacolari.

L’esplorazione è rilassante.

La direzione artistica è ancora oggi tra le migliori mai viste.

Ma tutto questo funziona perché il mondo di gioco trasmette autenticità.

Ogni villaggio, ogni tempio, ogni foresta e perfino ogni insegna sembrano appartenere davvero a quel periodo storico.

Anche chi non conosce la storia del Giappone percepisce inconsciamente che dietro ogni dettaglio c’è stato un enorme lavoro di documentazione.

Una lezione per tutta l’industria

Ghost of Tsushima dimostra una cosa molto semplice.

Quando uno studio affronta una cultura diversa dalla propria con rispetto, curiosità e voglia di imparare, il risultato parla da solo.

Sucker Punch non ha avuto paura di chiedere aiuto.

Non ha improvvisato.

Non ha pensato di sapere già tutto.

Ha investito anni nella ricerca storica, arrivando perfino a verificare la correttezza cronologica dei kanji utilizzati nel gioco.

È una cura quasi ossessiva che oggi rende Ghost of Tsushima uno degli esempi migliori di come si possa raccontare una cultura diversa senza snaturarla.

E forse è proprio questo il segreto del suo successo: non essere semplicemente un videogioco ambientato in Giappone, ma una vera dichiarazione d’amore verso la sua storia.

Una dimostrazione che la qualità nasce dai dettagli

Molti sviluppatori sostengono che i giocatori non noteranno certe piccole differenze.

Probabilmente è vero.

Quasi nessuno si accorgerà se un kanji appartiene al XIII o al XXI secolo.

Ma quando migliaia di dettagli vengono curati con la stessa attenzione, il risultato finale cambia completamente.

Ghost of Tsushima continua ancora oggi a essere considerato uno dei migliori giochi PlayStation proprio perché ogni elemento, anche quello apparentemente invisibile, è stato realizzato con una dedizione fuori dal comune.

Ed è questa la differenza tra un ottimo videogioco e un’opera destinata a rimanere nella memoria dei giocatori.