Il gaming moderno sta diventando troppo facile? La verità che nessuno vuole ammettere

Tra assistenze, tutorial infiniti e meccaniche semplificate, i videogiochi rischiano di perdere la loro anima

C’è una domanda che negli ultimi anni sta facendo incazzare una fetta sempre più grande della community: i videogiochi stanno diventando troppo facili?

No, non stiamo parlando dei classici livelli di difficoltà selezionabili o delle opzioni di accessibilità, che rappresentano una conquista importante per milioni di giocatori. Il problema è un altro. Molti titoli moderni sembrano avere paura di lasciare il giocatore da solo anche per cinque minuti.

Frecce luminose ovunque, NPC che ripetono la soluzione di un enigma dopo trenta secondi, mappe che evidenziano ogni singolo obiettivo e tutorial che durano più di una sessione di gioco completa di vent’anni fa. Sembra quasi che una parte dell’industria abbia sviluppato il terrore assoluto che qualcuno possa sentirsi perso.

Ed è qui che nasce il problema.

Perché un videogioco che ti prende continuamente per mano rischia di trasformarsi in una semplice lista della spesa interattiva.

Quando sbagliare era parte del divertimento

Chi gioca da diversi anni ricorda bene un’epoca completamente diversa.

Non era tutto perfetto, sia chiaro. Alcuni giochi erano talmente criptici da sembrare progettati da qualcuno con evidenti problemi di comunicazione. Eppure c’era qualcosa di magico nell’esplorazione autentica.

Ti perdevi.

Sbagliavi strada.

Morivi.

Riprovavi.

E soprattutto imparavi.

Oggi invece moltissimi giochi sembrano costruiti attorno a una filosofia differente: evitare qualsiasi forma di frustrazione a ogni costo.

Peccato che la frustrazione controllata sia una componente fondamentale del divertimento.

Senza ostacoli non esiste soddisfazione.

Senza fallimenti non esiste crescita.

Senza rischio non esiste vittoria.

È una formula semplicissima che il gaming ha conosciuto per decenni e che adesso sembra essere stata dimenticata da una parte dell’industria.

La sindrome della mappa piena di icone

Uno dei simboli più evidenti di questo problema è l’ossessione moderna per le mappe.

Apri la schermata e ti ritrovi davanti un’esplosione di indicatori.

Missioni principali.

Missioni secondarie.

Collezionabili.

Eventi.

Attività.

Sfide.

Negozi.

Tesori.

Risorse.

A un certo punto non stai più esplorando un mondo. Stai compilando una checklist.

Ed è una differenza enorme.

Molti open world contemporanei vengono criticati proprio per questo motivo. Sono giganteschi, tecnicamente impressionanti, ma spesso danno l’impressione di essere parchi giochi costruiti attorno a indicatori luminosi invece che luoghi vivi da scoprire.

Il risultato? Dopo dieci ore inizi a seguire il GPS virtuale come un impiegato segue il navigatore per andare in ufficio.

Zero sorpresa.

Zero curiosità.

Zero senso di scoperta.

Il successo dei giochi difficili non è un caso

Se c’è una lezione che il mercato ha insegnato negli ultimi anni, è che i giocatori non sono stupidi.

Quando un titolo riesce a proporre una sfida autentica, il pubblico risponde.

L’esplosione del genere soulslike ha dimostrato esattamente questo.

Milioni di persone hanno abbracciato giochi che non spiegano tutto, che non regalano vittorie e che ti costringono a migliorare.

Non perché siano masochisti.

Ma perché il cervello umano ama conquistare qualcosa.

La soddisfazione che arriva dopo aver superato un boss ostico vale infinitamente di più rispetto a quella ottenuta schiacciando pulsanti senza alcun impegno.

E qui crolla una delle più grandi balle raccontate dall’industria negli ultimi anni.

Ovvero che i giocatori vogliono tutto facile.

Una cavolata gigantesca.

I giocatori vogliono divertirsi.

E spesso il divertimento passa proprio attraverso la sfida.

Accessibilità e difficoltà non sono la stessa cosa

Attenzione però.

Qui molti fanno una confusione assurda.

Accessibilità e difficoltà sono due concetti completamente diversi.

Permettere a più persone di giocare è una cosa positiva.

Offrire opzioni per chi ha esigenze specifiche è un enorme passo avanti per il settore.

Ma questo non significa che ogni esperienza debba essere trasformata in una passeggiata senza ostacoli.

Un gioco può essere accessibile e allo stesso tempo impegnativo.

Può essere inclusivo senza rinunciare alla propria identità.

Può aiutare chi ne ha bisogno senza trattare tutti come incapaci.

La differenza è enorme.

Eppure molte aziende continuano a confondere le due cose, creando prodotti che finiscono per sembrare eccessivamente protettivi.

La paura delle recensioni negative

Esiste poi un’altra motivazione di cui si parla poco.

Le recensioni.

Molti publisher sanno che un gioco difficile può generare polemiche.

Qualcuno si bloccherà.

Qualcuno si lamenterà.

Qualcuno scriverà online che il titolo è frustrante.

Per evitare tutto questo si preferisce spesso abbassare qualsiasi forma di attrito.

Il risultato è un’esperienza più sicura.

Più prevedibile.

Più controllata.

Ma anche molto meno memorabile.

Perché i giochi che ricordiamo davvero sono quasi sempre quelli che ci hanno fatto sudare.

Quelli che ci hanno costretto a imparare.

Quelli che ci hanno fatto imprecare davanti allo schermo prima di regalarci una soddisfazione enorme.

Le emozioni forti non nascono dalla comodità.

Nascono dalla conquista.

Il rischio di creare esperienze usa e getta

Un altro effetto collaterale della semplificazione estrema riguarda la longevità emotiva.

Molti giochi moderni vengono completati e dimenticati nel giro di poche settimane.

Non lasciano il segno.

Non generano discussioni.

Non creano ricordi duraturi.

Li consumiamo come contenuti qualsiasi.

Li finiamo.

Passiamo al successivo.

Fine.

I titoli che invece richiedono impegno tendono a costruire comunità più forti.

Generano guide.

Strategie.

Confronti.

Memorie condivise.

Diventano parte della cultura videoludica.

E questo non accade per caso.

Accade perché hanno chiesto qualcosa al giocatore.

Tempo.

Pazienza.

Dedizione.

Il futuro del gaming deve trovare un equilibrio

La soluzione non è tornare agli anni Novanta e creare giochi progettati per farti lanciare il controller dalla finestra.

Quella sarebbe una stronzata nostalgica.

Il punto è trovare un equilibrio intelligente.

I videogiochi devono continuare a evolversi.

Devono essere accessibili.

Devono accogliere nuovi utenti.

Ma non devono dimenticare che la sfida è una componente fondamentale del medium.

Un gioco non dovrebbe avere paura di lasciarti sbagliare.

Non dovrebbe avere paura di farti esplorare.

Non dovrebbe avere paura di chiederti attenzione.

Perché quando tutto viene spiegato, evidenziato e automatizzato, il rischio è uno solo.

Trasformare il giocatore in un semplice spettatore.

E il gaming merita molto di più.

Merita esperienze che facciano battere il cuore.

Merita mondi che stimolino la curiosità.

Merita vittorie che sembrino davvero conquistate.

Perché alla fine della giornata, il ricordo più bello non è quasi mai quello di un gioco che ci ha regalato tutto.

È quello di un gioco che ci ha fatto guadagnare ogni singolo successo con il sudore virtuale.

E voi cosa ne pensate, Sicarios? I videogiochi moderni stanno davvero diventando troppo facili oppure è soltanto la nostalgia che parla?