Quando anche cliccare diventa un reato
In Russia nel 2026 puoi beccarti una multa non per aver rubato, non per aver menato qualcuno, non per aver fatto casino in piazza… ma per aver messo un banalissimo “Mi piace” su YouTube. Sì, hai capito bene: un click. Un pollice alzato. Una roba che fai mentre sei sul divano con la stessa concentrazione con cui ti gratti il naso.
E invece no, perché lì il “Mi piace” è diventato una specie di atto terroristico mentale, una dichiarazione politica, un “supporto pubblico” a contenuti ritenuti anti-esercito. Praticamente se ti scappa un like nel momento sbagliato, rischi di finire dentro una macchina burocratica che ti tritura come un tritacarne.
Questa storia sembra una barzelletta, ma è reale, ed è pure inquietante.
Il caso Vasily Yovdy: 72 anni e trattato come un criminale
Il protagonista di questo circo si chiama Vasily Yovdy, un uomo di 72 anni che vive nella regione di Murmansk, nel nord artico della Russia. Uno che probabilmente usa YouTube come lo usano milioni di persone: per guardarsi video, informarsi, passare il tempo e magari anche per sentirsi meno solo.
Secondo quanto riportato da Verstka, Vasily avrebbe messo “Mi piace” a due video che “screditano” l’esercito russo. E per questa cosa è stato multato di 30.000 rubli, cioè circa 387 dollari. Che magari a qualcuno sembrano noccioline, ma per un anziano pensionato sono soldi veri, non il resto del supermercato.
La parte assurda? Non si è nemmeno presentato in tribunale. Ma la sentenza è arrivata comunque, perché tanto lì funziona così: se vogliono punirti, ti puniscono e basta.

Il tribunale e la logica del “sei colpevole perché sì”
Nel documento del giudice viene scritto che l’uomo “ammette pienamente la sua colpevolezza, si pente delle sue azioni e chiede di non essere punito severamente”. Ora, questa frase è una di quelle cose che ti fanno venire voglia di prendere a testate il muro, perché se lui non era nemmeno presente, è abbastanza evidente che siamo davanti alla classica formula da tribunale usata per far sembrare tutto normale.
In pratica il sistema ti mette in bocca parole che non hai detto, ti fa apparire pentito, colpevole, rassegnato. E così la condanna diventa quasi “giustificata” agli occhi di chi legge.
Che schifo.
La follia totale: un like privato diventa un atto pubblico
Qui arriva la parte più grottesca: i “Mi piace” e l’attività sul canale erano privati, quindi teoricamente non visibili a tutti. Ma per la corte russa questo non conta niente, perché hanno deciso che il gesto è comunque “pubblico”.
E come lo giustificano? Con un ragionamento assurdo: se quei video fossero stati distribuiti da un “agente straniero”, allora quel like sarebbe stato un atto di discredito.
Tradotto: non importa cosa hai fatto davvero, importa cosa potrebbe significare secondo la paranoia dello Stato. Se vogliono incastrarti, trovano sempre un modo. È una logica fatta apposta per non lasciare scampo.
“Il like come commento”: il nuovo delirio legale
A commentare la vicenda è intervenuto anche Evgeny Smirnov, avvocato del progetto “First Department”, che ha spiegato che il tribunale ha praticamente inventato un concetto ridicolo: il “commento sotto forma di like”.
E qui siamo ufficialmente nel territorio del nonsense totale. Perché un like non è un commento, non è un’opinione, non è un post, non è una dichiarazione pubblica. È un click. Fine.
Smirnov lo ha detto chiaramente: mettere like non significa diffondere informazioni, non significa esprimere un pensiero personale, e non dovrebbe essere considerato un atto pubblico. Ma la corte se ne è fregata, perché l’obiettivo non è interpretare la realtà: è creare precedenti.
Il vero pericolo: oggi puniscono un like, domani tutto il resto
Questa storia è una bomba perché apre la porta a una cosa molto semplice: se un like è punibile, allora lo può essere qualsiasi cosa. Preferiti, iscrizioni, playlist, commenti neutri, perfino guardare un video più volte.
È il concetto di sorveglianza digitale portato al livello più tossico possibile: non controllano solo cosa dici, ma anche cosa “approvi”. E quando uno Stato inizia a punire le approvazioni, vuol dire che vuole controllare la testa delle persone, non solo le loro azioni.
Ed è lì che la libertà muore davvero.
Se non paga rischia carcere o lavori forzati
Come se non bastasse, se Vasily non paga la multa entro i tempi previsti, rischia conseguenze ancora più pesanti: la multa può salire a 60.000 rubli, oppure può finire in prigione per 15 giorni, oppure essere condannato a lavori obbligatori fino a 50 ore.
E sì, stiamo parlando di un uomo di 72 anni che potrebbe finire in cella per un “Mi piace”. Una roba che se la racconti sembra una sceneggiatura scritta da uno sceneggiatore ubriaco, ma è la realtà.
La Russia e la censura online: non è più controllo, è intimidazione

Questo caso non è isolato. Negli ultimi anni la Russia ha stretto sempre di più il cappio su internet, con leggi che puniscono chiunque metta in dubbio la narrativa ufficiale. La parola chiave è sempre quella: “discredito”. Una definizione talmente vaga che ci puoi infilare dentro tutto quello che ti pare.
Ed è questo il punto: non è una legge fatta per proteggere la società, è una legge fatta per terrorizzare la popolazione. Per far capire che nessuno è intoccabile. Nemmeno un anziano.
Chiusura: sicarios, quanto manca prima che pure guardare un reel sia un crimine?
La storia di Vasily Yovdy è il simbolo perfetto della distopia digitale moderna: non serve più parlare per essere puniti, non serve più protestare, non serve più pubblicare un video. Basta cliccare.
E quindi la domanda è semplice, sicarios: se un “Mi piace” può diventare un reato… quanto manca prima che anche il silenzio venga considerato sospetto?

