Quando il mouse spegne il passato e ride mentre perdi tutto
Succede ancora. Succede sempre. E ogni volta qualcuno finge sorpresa come se fosse la prima volta che una multinazionale decidesse di fare sparire pezzi di storia videoludica con un clic. Questa volta il colpevole ha il sorriso più falso del pianeta ed è la Disney, che senza preavviso ha rimosso fino a 14 giochi classici da Steam, rendendoli non più acquistabili legalmente su PC. Puff. Spariti. Come se non fossero mai esistiti.
E no, non parliamo di robetta recente o di live service mezzi morti. Qui parliamo di giochi storici, roba dei primi anni 2000, titoli che per molti Sicarios non erano solo intrattenimento ma infanzia, adolescenza, ricordi veri. E invece oggi ti svegli, li cerchi su Steam, e ti becchi il nulla cosmico.
Benvenuti nel fantastico mondo del digitale, dove non possiedi un cazzo.
Il punto non è solo Disney. Il punto è che il formato digitale continua a dimostrare di essere fragile, instabile e totalmente in mano agli editori, che possono decidere quando qualcosa esiste e quando smette di esistere. Non perché sia illegale, non perché sia pericoloso, ma semplicemente perché gli gira così.
Negli ultimi anni la community sta urlando questa cosa sempre più forte. L’iniziativa Stop Killing Games è arrivata persino al Parlamento del Regno Unito, e non per sport. Perché la situazione è diventata ridicola.
Tutto è esploso davvero quando Ubisoft ha spento i server del primo The Crew, rendendolo ingiocabile anche per chi lo aveva comprato. Un precedente gravissimo. E poi via via altri esempi, come Anthem di BioWare, server chiusi, contenuti morti, giochi fantasma.

Ma c’è una differenza enorme. Qui non stiamo parlando di server spenti, ma di giochi single player rimossi dagli store, senza nemmeno la decenza di avvisare prima. Una mossa che puzza di arroganza lontano chilometri.
Durante la notte Disney ha deciso di togliere da Steam una lista di titoli che include classici veri, giochi che per anni sono stati acquistabili e funzionanti. Da un momento all’altro non li trovi più. Non li puoi comprare. Non li puoi regalare. Non li puoi preservare.
E se non li avevi già in libreria o in formato fisico, sei fregato.
L’elenco non include Marvel, Star Wars o Fox, quindi niente brand moderni da mungere all’infinito. Qui si parla di Disney e Pixar puri, quelli vecchi, quelli che non fanno più numeri ma hanno fatto storia.
Tra i giochi rimossi troviamo:
Phineas e Ferb nuove invenzioni
Hercules action game della Disney
Stunt Island
Aldilà
Cars classici Disney
Avventure a Radiator Springs
Pacchetto Toy Story Disney
Toy Story Mania
Disney Winnie the Pooh
Piani Disney
Armati e pericolosi
Chicken Little asso in azione
Alla ricerca di Nemo
Malcolm di male in peggio

Titoli che non erano capolavori immortali, ma facevano parte di un’epoca. E questo è il punto che le multinazionali fanno finta di non capire: la conservazione non riguarda solo i giochi “belli”, riguarda tutti. Anche quelli strani, medi, imperfetti. Perché raccontano un periodo storico, tecnico e culturale.
Un caso emblematico è Alla ricerca di Nemo, adattamento videoludico sviluppato da Traveller’s Tales, gli stessi che poi avrebbero dominato il mondo LEGO. Un tassello importante di una carriera, ora cancellato dal mercato come se fosse spazzatura.
Disney non ha dato spiegazioni ufficiali. Nessun comunicato. Nessuna data. Nessuna roadmap. Solo silenzio. Ed è questo che fa incazzare davvero. Perché quando togli qualcosa senza dire nulla, stai dicendo chiaramente che non gliene frega un cazzo dei giocatori.
Qualcuno spera nell’intervento di GOG, l’unica piattaforma che ancora combatte seriamente per la preservazione, il DRM-free e il diritto di possedere davvero ciò che compri. Ma anche lì serve la volontà degli editori. E Disney, quando si parla di controllo, non è esattamente famosa per la generosità.
Questa storia dimostra una cosa in modo cristallino: il digitale è comodo ma non è tuo. È una licenza. Temporanea. Revocabile. Fragile. Oggi c’è, domani no. E puoi piangere quanto vuoi, ma non cambia un cazzo.
Il formato fisico, con tutti i suoi limiti, resta l’unico baluardo reale contro questo tipo di sparizioni. Un disco, una copia, un file offline non possono essere cancellati da una decisione aziendale presa a tavolino mentre contano i profitti.
E no, non è nostalgia. È conservazione culturale. I videogiochi sono arte, storia, memoria. E trattarli come prodotti usa e getta è una porcheria che prima o poi presenterà il conto.
Ora la domanda è una sola, Sicarios: quanto ancora siamo disposti a farci togliere giochi dalle mani prima di smettere di difendere il digitale a occhi chiusi?

