Terminator 2D: No Fate – una nostalgia pigra che dura meno di un caffè freddo

“Abbiamo Skynet per le palle”, dice il gioco.

Peccato che dopo un’ora scarsa sia Skynet ad averle strizzate a te, perché Terminator 2D: No Fate è l’ennesimo esempio di nostalgia spremuta fino all’ultima goccia, senza avere davvero qualcosa di nuovo o memorabile da dire. Tutta scena, tutto cuore, zero sostanza, cazzo.

L’idea di base è chiara: tornare ai 16-bit, farti sentire negli anni ’90, farti dire “wow che vibes”. Peccato che sotto la pixel art patinata ci sia un gioco minuscolo, corto come la pazienza che perdi quando ti rendi conto che in un’ora hai già visto praticamente tutto. Non “breve ma intenso”, proprio breve e basta, come se qualcuno avesse pubblicato una demo e poi si fosse scordato di finire il resto.

Il sistema dei continues è una rottura di palle enorme. Limitarti a nove tentativi non è “old school”, è artificialmente punitivo e pure inutile, perché non aggiunge tensione vera, solo frustrazione cheap. Finisci all’ultimo livello? Ricomincia tutto, coglione. Non perché hai sbagliato, ma perché il gioco ha deciso così. Game design pigro mascherato da rispetto per il passato.

Il gameplay cambia ogni tanto, sì, ma lo fa in modo superficiale. Run and gun stile Contra? Ok, già visto mille volte. Sezioni stealth con il T-1000? Carine la prima volta, morte e sepolte alla seconda, perché sono totalmente scriptate. Nessuna profondità, nessuna vera evoluzione: solo gimmick buttate lì per far finta che il gioco non sia monotono.

La musica di Terminator 2 viene usata come stampella emotiva continua. Funziona? Certo, perché T2 è T2, non perché il gioco faccia qualcosa di speciale. Senza quelle tracce iconiche, l’atmosfera crollerebbe come un castello di carte. È praticamente il film che lavora per il gioco, non il contrario, ed è una cosa tristissima.

Visivamente è bello, nessuno lo nega. Pixel art pulita, animazioni fluide, fan service ovunque. Ma anche qui: tutto fumo. La grafica non salva un gioco che non osa mai, che non sorprende, che non ha il coraggio di spingere davvero sull’azione o sulla spettacolarità.

E poi arriviamo al peccato capitale: giochi a un Terminator… senza giocare davvero il Terminator. Il T-800 è praticamente un ospite occasionale, trattato come una comparsa mentre tu controlli Sarah per la maggior parte del tempo. Scelta “coerente col film”? No, scelta comoda. Mancano intere sequenze iconiche trasformate in gameplay vero, ridotte a schermate statiche o a momenti guardati da lontano come uno spettatore inutile.

Il confronto finale con il T-1000? Lo vivi da spettatore. Il T-800 che spara alle auto della polizia? Optional, nascosto in percorsi alternativi. Roba che nel film ti fa saltare sul divano qui viene buttata via senza dignità, come se fosse un extra da sbloccare invece del cuore dell’esperienza.

I finali alternativi e le modalità bonus sono il classico contentino: stesse cose, leggermente rimescolate, zero voglia di rigiocarle davvero. Arcade Mode senza continues? Perché? Per chi? Per ricordarti quanto tempo stai buttando? Boss Rush e modalità dedicate? Carine per dieci minuti, poi basta, fine, chiuso.

Il problema grosso è che Terminator 2 è un film perfetto, e questo gioco non fa altro che ricordartelo, perché ogni sua deviazione è più debole, più moscia, più inutile. Altro che “No Fate”: qui il destino è chiarissimo, ed è quello di essere dimenticato subito dopo averlo finito.

In definitiva, Terminator 2D: No Fate è una lettera d’amore scritta bene ma completamente vuota. Bello da vedere, bello da sentire, terribilmente insignificante da giocare. Un’operazione nostalgia che scambia la durata ridicola e il gameplay superficiale per “fedeltà storica”. Se questo è il futuro dei tie-in retro, Skynet può pure vincere, perché così ci siamo già arresi da soli.